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IL RITORNO DI QUIRICO E PICCININ 10/9/13

L'inviato de La Stampa (nell'immagine l'annuncio della liberazione) è tornato già a Torino, dopo la tappa romana per parlare con i magistrati che indagano sul suo sequestro, mentre il suo collega di prigionia è già in Belgio dove ha rilasciato un'intervista sui gas siriani: non sarebbe stato Assad a usarli. Ma il giornalista della testata torinese sminuisce: chiacchiere senza conferme

Em. Gio.

Martedi' 10 Settembre 2013

La vicenda che per cinque mesi ha visto prigionieri delle forze ribelle siriane l'inviato de La Stampa Domenico Quirico e il politologo e ricercatore belga Pierre Piccinin da Prata non è adesso solo la bella notizia della loro liberazione o la brutta storia di un sequestro. E' anche una testimonianza dal vivo di quanto accade in Siria. E non solo sotto il profilo della loro detenzione per cinque lunghi mesi, sballottati in giro per il Paese e con due tentativi di fuga terminati con la ricattura. Appena rientrati i due giornalisti (Piccinin ha scritto anche per l'Espresso e diverse altre testate estere) hanno tenuto un profilo diverso. Basso quello di Quirico che ha rinviato il momento di un racconto dettagliato. Piccinin invece è subito entrato nella mischia che, in queste ore, è anche mischia di notizie: «E' un dovere morale dirlo. Non è il governo di Bashar al-Assad ad avere utilizzato il gas sarin o un altro gas nella periferia di Damasco», ha detto all'emittente RTL-TVi spiegando che con Domenico lo seppero da una conversazione dei ribelli via Skype.

Il suo compagno di cella però è prudente: ascoltarono una conversazione – riportava ieri LaStampa online - attraverso una porta socchiusa tra persone che non conoscevano: «E’ folle dire che io sappia che non è stato Assad a usare i gas. Un giorno – spiega Quirico - abbiamo ascoltato una conversazione in inglese via Skype che ha avuto per protagoniste tre persone di cui non conosco i nomi. Uno si era presentato come un generale dell’Esercito di liberazione siriano. Un secondo era una persona che non avevo mai visto. Anche del terzo, collegato via Skype, non sappiamo nulla... dicevano che l’operazione del gas nei due quartieri di Damasco era stata fatta dai ribelli come provocazione, per indurre l’Occidente a intervenire e che secondo loro il numero dei morti era esagerato....bisogna tener presente la condizione in cui eravamo...non ho elementi... sono abituato a parlare e a dare per certe le cose che ho verificato. In questo caso non ho potuto controllare niente...».

Se il punto dunque resta incerto e la ricostruzione forse insufficiente, quel che è certo è che sia Quirico sia Piccinin hanno cambiato opinione sulla resistenza siriana. Piccinin ha spiegato che gli costava raccontare questi particolari perché «...dal maggio 2012 sostengo con decisione l'Esercito libero siriano nella sua giusta lotta per la democrazia» anche se, forse non a caso, un anno dopo partecipò a una trasmissione di RTBF1 che aveva come titolo: “Siria, un allevamento per jihadisti?”. Anche Quirico ha notato un cambiamento: appena atterrato all'aeroporto di Ciampino parla un po' con i colleghi per dire di «non essere stato trattato bene... di avere avuto paura...e aver vissuto per cinque mesi come su Marte». E aggiunge: «Ho cercato di raccontare la rivoluzione siriana, ma può essere che questa rivoluzione mi abbia tradito. Non è più la rivoluzione laica di Aleppo, è diventata un'altra cosa». Quirico ha ringraziato tutti quelli che, Farnesina in testa, hanno lavorato per la sua liberazione e ha incassato gli auguri di Napolitano, Letta, Bonino oltreché ovviamente della sua famiglia e del suo giornale. Ora avrà tutto il tempo per raccontare e chiarire anche le tante cose dette a caldo da Piccinin tra cui il fatto che «Domenico ha subito due finte esecuzioni con una pistola», come ha confidato per telefono a un collega de La Stampa. Potrà chiarire anche i dettagli della liberazione sulla quale ora c'è comprensibile riserbo.

Quirico, 62 anni, inviato storico della testata torinese, ha battuto negli ultimi mesi tutti i conflitti del Nord Africa, del Mali e della Primavera araba a cui nel 2011 ha dedicato un libro intitolato appunto «Primavera araba». Nell'agosto 2011 nel tentativo di arrivare a Tripoli, era stato rapito con due colleghi del Corriere della Sera e uno di Avvenire. Durante il sequestro fu ucciso il loro autista e i reporter vennero liberati solo due giorni dopo. «E' uno di quei giornalisti - si legge sul sito del suo giornale - per cui ha ancora senso consumare le scarpe per andare alla ricerca non solo di una notizia, ma di qualcosa da raccontare ai lettori di oggi e alle generazioni future, con una promessa: parlare solo di ciò che conosce e ha visto con i propri occhi».

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