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Se un'otarda cambia la geopolitica

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VIAGGIO ALL'EDEN 10 / LA FINE DELL'AVVENTURA 13/9/13

VIAGGIO ALL'EDEN 9/ FINALMENTE KATHMANDU 9/9/13

VIAGGIO ALL'EDEN 8/ MADRE INDIA 2 / 8/9/13

VIAGGIO ALL'EDEN 9/ FINALMENTE KATHMANDU 9/9/13

Penultima puntata: l'arrivo a Shangri-La. La città degli hippy e dei maoisti. Ragazzi di strada. Viaggio alle nevi perenni. La fine del sogno e il villaggio diventa metropoli

Emanuele Giordana

Lunedi' 9 Settembre 2013

A volte ci chiedevamo se il Viaggio all'Eden, come qualcuno aveva ribattezzato la rotta di hippy e frikkettoni degli anni Settanta, fosse un percorso che menava in India o a Kathmandu. In effetti la città nepalese era l'ultima stazione del viaggio eppure nessuno dei Paesi attraversati aveva il fascino, la forza, la complessità dell'India, un continente più che una nazione. Kathmandu però, città-palazzo di una monarchia fortemente tradizionalista quanto restia al cambiamento, aveva un fascino a sé del tutto particolare in un Paese di rara bellezza naturalistica, dove la mano dell'uomo aveva plasmato piccoli villaggi che sembravano usciti da una favola e una capitale che, anticipando il mondo architettonico sinotibetano e miscelandolo con la cultura indù, era una mescolanza di stili che avevano alimentato una qualità artigianale di estrema raffinatezza. Inoltre il Nepal, stato cuscinetto tra l'Impero di mezzo e la grande Unione indiana, aveva un discreto segmento di popolazione tibetana e ne aveva raccolto e assimilato pezzi di tradizione nel substrato prevalentemente indiano di questo piccolo regno fuori dal mondo (la maggioranza è induista). Il Nepal godeva del suo status privilegiato di cuscinetto geopolitico per restare fermo nel tempo con tutto quel che ne consegue: una staticità che ne aveva preservato le bellezze naturali e architettoniche tanto quanto la longevità di una monarchia assoluta e autoreferenziale.

L'arrivo a Shangri-La avveniva in autobus, con vecchi “Tata” indiani scalcinati o semplicemente camion che avevano assemblato rudimentali sedili nel cassone. Ancora buio, si inerpicavano da Birganji sino alla capitale dove si arrivava al mattino presto. Scendendo da un valico nella verdissima valle di Kathmandu si vedevano emergere nella fine nebbia mattutina i contorni stilizzati dei grandi templi di Durbar Square che, con grande sorpresa, esibivano i profili di costruzioni a pagoda che in diecimila chilometri di strada non avevamo mai visto. Oggi questo colpo d'occhio è impossibile. La piccola città che faceva qualche centinaio di migliaia di anime è un centro urbano smisurato che arriva a due milioni, ingigantito non solo dallo sviluppo demografico ma dall'insicurezza di oltre due lustri di guerra civile. Unico vero centro urbano del Nepal, Kathmandu ha accolto frotte di profughi in fuga dalle campagne dove al flagello di alluvioni e valanghe si era aggiunta l'incertezza connaturata alla guerra che un partito maoista sui generis ha menato, sino alla vittoria, contro un'inossidabile monarchia durata 240 anni (e abolita nel 2008), giunta ormai al suo ultimo atto tra congiure di palazzo e inutili resistenze al cambiamento.

Leggi tutto su Great Game il capitolo uscito ieri in edicola su il manifesto



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