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Vent'anni fa i militari di Algeri costrinsero il presidente alle dimissioni, annullarono il voto che avrebbe dato il potere agli islamisti, mandarono i carri armati nelle strade. Un copione fedele alla tradizione che si è ripetuto anche in Egitto. Con lo stesso nome: colpo di Stato. L'esatto contrario della parola democrazia

Sul numero di agosto de Lo Straniero

Emanuele Giordana

Martedi' 20 Agosto 2013


Ogni colpo di Stato ha il suo rituale e i tempi cadenzati che ciascun Paese e situazione richiedono. Ma è come se ci fosse un manuale già testato che detta le mosse. Vent'anni fa, quando ancora associavamo quel sostantivo cupo alle tragedie sudamericane e non eravamo avvezzi a una stagione di golpe alle porte di casa, quel vento gelido arrivò dall'Algeria. Eravamo un gruppo di giovani cronisti in un quotidiano che chiudeva presto e che quasi ogni mattina si prendeva gli schiaffi delle “ribattute” dei grandi giornali che la notizia non l'avevano bucata. Ma stavamo all'erta. E in due occasioni fu il caso dell'Algeria. La prima fu la notte del 26 dicembre 1991 quando divenne voce corrente che il Fronte di salvezza nazionale, con l'acronimo sibilante di Fis, aveva guadagnato il 48% dei suffragi al primo turno e che dunque i “barbuti” avrebbero avuto in mano 188 dei 231 seggi del parlamento. All'epoca, mentre infuriava la guerra nei Balcani dove non sapevamo per chi tenere se non per le vittime, tifavamo per la minuta speranza socialista incarnata da Hocine Ait Ahmed. I barbuti non ci piacevano. Facemmo notte, eccitati, con la benedizione del direttore. Poi fu la volta del secondo turno che non venne mai. Fino all'11 gennaio del 1992 quando, dopo le dimissioni forzate del presidente Chadli Bendjedid, i militari occuparono le piazze, arrestarono i leader islamisti – e molti altri nel mucchio – cancellando la volontà popolare e l'esito del voto. Facemmo ancora notte dopo un convulso tardo pomeriggio di conferenze stampe seguite con le agenzie, mettendo assieme le conoscenze, telefonando in giro e parlando tra di noi, riscrivendo il pezzo sette volte nell'eccitazione febbrile dei grandi avvenimenti. E percepimmo il dramma. Lo sentimmo correre come un brivido sulle nostre schiene inesperte chine su un marchingegno che non era ancora internet e non più la telescrivente. E che stampava notizie come una mitragliatrice.

Pochi, quasi nessuno per la verità, hanno ricordato quel maledetto 11 gennaio che diede una svolta alla storia algerina – e a quella più antica del rito democratico del voto - macchiandola del sangue di migliaia di morti: sgozzati dalla prima vera lotta armata islamista organizzata, uccisi senza troppi complimenti dagli uomini del Département du Reinsegnement e de la Sécurité (un nome rassicurante per dire “servizi”) o da militari inferociti che usavano la stessa passione stragista dei loro avversari. La vera lezione di giornalismo, allora incarnata dal vecchio corrispondete da Mosca del giornale – Libero Lizzadri –, arrivò col tempo e con le sue spiegazioni sulle veline che raccontavano le stragi degli islamisti. Cento morti in un villaggio, ottanta sgozzati come vitelli, strage tra le dune, massacro nel deserto... “Provate a immaginare – diceva osservando uno dei tanti dispacci – quanto tempo ci vuole per uccidere una persona...la vittima mica sta ferma: si agita, corre, resiste, grida come un maiale al macello, si dimena...In un'ora – diceva accartocciando l'agenzia – non si uccidono ottanta uomini a fucilate. Fa più di uno a minuto. E' una balla”. L'agenzia finiva nel cestino. Con quella le nostre certezze.

Una stagione di bufale egiziane si avvicina alle nostre fonti primarie, come le venti milioni di firme per sfiduciare Morsi che nessuno ha potuto contare. E la lezione algerina torna alla memoria con quel copione perfetto. Il colpo di mano avviene nella notte. All'alba i carri armati sono già in strada. Se va bene la situazione si congela per un po'. Ci sono trattative, negoziati e il lavoro sporco dietro le quinte. Qualcuno sparisce. Altri son messi a tacere. La piazza conta solo quando serve. E fa impressione la timidezza che la Gran Bretagna ha utilizzato nel riconoscere, con qualche distinguo, il bel lavoro fatto dai soldati. Condannati, ovviamente, ma senza usare mai la parola “golpe”. Nemmeno altri ne han fatto uso. Tutti stanno a guardare. Del resto se le cose scappano di mano anche la democrazia ha le sue deroghe. La stessa cosa che pensavano al Fis a proposito delle elezioni: una volta dicevano che democrazia e Islam non vanno d'accordo, il giorno dopo che avrebbero rispettato le minoranze uscite dal voto “fosse anche per un solo eletto”.

I colpi di Stato si assomigliano un po' tutti nelle modalità: copioni che hanno sempre una regia molto tradizionale anche perché gli attori principali, che sono quasi sempre militari, hanno più o meno tutti la stessa formazione scolastica. Di solito una formazione fatta in casa nostra. Come fu per Siad Barre, che era stato un sottufficiale della polizia coloniale italiana e poi era passato sotto quella dell'amministrazione britannica. Jorge Videla studiò alla nota Escuela de las americas di Panama, istituzione militare finanziata da Washington. Idi Amin d'Uganda fece pratica nei britannici King's African Rifles e Amadou Touré, generale maliano plurigolpista e plurigolpizzato, le scuole militari le ha fatte in Francia (e in Urss). Ma se il copione è lo stesso allora le cose van chiamate col proprio nome, senza esitazioni. Esitazioni che invece dovrebbero apparire quando si riconosce, de facto o de jure, un nuovo corso, benedicendone la svolta. Incapaci ormai di capire come gira il mondo, quale perversa alleanza abbiano prima avallato e poi gettato alle ortiche le gerarchie saudite e le potenti monarchie petrolifere del Golfo, quale Primavera si debba davvero sostenere (quella della piazza o quella dei militari?) il colpo di stato egiziano sembra averci colto nel limbo di una politica estera che non sa più dove andare a parare, che non sa più chiamare le cose col loro nome, che stenta ad ammettere che è proprio la democrazia in coma profondo. Che faremo adesso della Fratellanza musulmana? E che diremo del perfido Assad che balla sul cadavere dell'Islam politico agitando lo spettro di come potrebbe andare a finire nel suo Paese? Son spiazzati gli americani, figurarsi noi. Non che condannare risolutamente il golpe militare egiziano chiamandolo “colpo di Stato” risolva di per sé i problemi. Anzi. Ma è una questione di coerenza. Quando i militari algerini cacciarono i barbuti dagli scranni che non avevano ancora calcato, la condanna fu mite e imbarazzata. Nascosta sotto un largo sorriso perché il disco rosso fermava gli islamisti. Un sorriso ebete sull'abisso che si stava lentamente tessendo e di cui quel brivido lungo la nostra inesperta schiena fu la lugubre premonizione.



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