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India2: il sogno dei profughi tibetani. Viaggio a Dharamsala città di cani, scimmie e rifugiati. L'Oceano di saggezza e gli accordi tra Pechino e Delhi. Santi e santoni a Rishikesh. Ritorno alla capitale: a Chandni Chowk nell'inferno del Crown Hotel

Emanuele Giordana

Domenica 8 Settembre 2013

India2: il sogno dei profughi tibetani. Viaggio a Dharamsala città di cani, scimmie e rifugiati. L'Oceano di saggezza e gli accordi tra Pechino e Delhi. Santi e santoni a Rishikesh. Ritorno alla capitale: a Chandni Chowk nell'inferno del Crown Hotel



Una delle mete laterali che si potevano scegliere da Delhi prima di avventurarsi nel viaggio verso Kathmandu, obiettivo ultimo del “Viaggio all'Eden” degli anni Settanta, era un paesino himalayano che si chiama McLeod Ganj, in onore di Sir Donald Friell McLeod. E' un sobborgo di Dharamsala, cittadina dell'Himachal Pradesh indiano che non fa 20mila abitanti è che è la sede del governo tibetano in esilio. A McLeod invece risiede il XIVmo Dalai lama. Ci si poteva andare benissimo da Amritsar, magari con un breve passaggio da Chandigarh – la città utopica di Le Corbusier – altrimenti da Delhi, crocevia delle varie spedizioni nella Grande Madre India. A Delhi si prende un treno sino a Pathankot, dove un altro convoglio overnight per il Nord si muove lungo chiassose stazioni punjabi, attraversate dai rituali richiami dei venditori di tè al cardamomo serviti (allora) in piccole tazze di creta, accompagnate da dolcetti di latte o pastelle fritte accovacciate in larghe foglie ricurve e cucite con filo vegetale (oggi l'ecologica ferramenta è stata sostituita da sacchettini di plastica azzurra). Da lì, attraverso un paesaggio che si snoda tra campi sempre più verdi circondati da foreste e vallate, si sale in autobus sino a Dharamsala e, infine, al piccolo paesino di McLeod Ganj dove, in un'urbanistica disomogenea e improvvisata, si affastellano i dettagli di un piccolo Tibet ricostruito in modo raffazzonato e miscelato all'architettura tipica delle cittadine indiane. La chiamano la “piccola Lhasa”.

La giornata tipo prevedeva qualche localino dove fare colazione, un giro attorno ai battacchi del tempio e una guerra costante con le scimmie che popolano i dintorni della cittadina e contro cui di notte si scatenano battaglioni di cani che non sono meno pericolosi. I più coscienziosi andavano alla “Library”, i più colti compravano e divoravano opere scelte di Tenzin Gyatso stampate malamente, molti altri approfittavano di un ambulatorio gratuito dove ti tastavano il polso per decidere quale pasticcio di erbe consigliarti. Rimedi che funzionavano anche se la diagnosi avveniva – per noi – in modo bizzarro: tastando il polso e determinando quindi cosa bloccasse il flusso di energia o assaggiando l'urina, metodo infallibile ma che richiedeva una visita privata a pagamento.

L'atmosfera era pervasa da una sorta di santità, o almeno così ci sembrava, ritmata dai mantra che uscivano dagli stomaci dei monaci, presenza costante e affascinante per noi giovani occidentali che avevamo barattato la civiltà dei consumi degli uomini “a una dimensione” - come l'aveva chiamata Marcuse - per incontrare la complessa e multiforme spiritualità del buddismo tibetano, che appariva davvero una via di salvezza dell'anima e che meglio si coniugava al nostro spirito laico e libertario rispetto al rigido schematismo islamico o alla ricca e troppo complessa visione del mondo degli indù...(continua)

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