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L'esperienza e i resoconti dello scrittore durante il conflitto russo-nipponico del 1904-1905. Ventidue articoli tradotti e pubblicati per la prima volta in Italia da Nova Delphi. (9,00 euro)

Andrea Pira

Martedi' 13 Agosto 2013
Era il 7 gennaio 1904, quando Jack London salì a bordo del piroscafo Siberia alla volta della Corea per seguire da corrispondente il conflitto tra Russia e Giappone. Lo scrittore statunitense fu inviato in Oriente dal San Francisco Examinier di William Randolph Hearst.

L'attenzione dell'opinione pubblica occidentale per un conflitto inedito “era notevole”, scrive Cristiano Spila nella prefazione alle Corrispondenze di guerra dell'autore di Zanna bianca e del Richiamo della foresta, uscito nella prima traduzione in italiano per i tipi Nova Delphi.

La guerra russo-giapponese avrebbe segnato definitivamente l'ingresso del Sol Levante tra le potenze mondiali e sarebbe stata il preludio di un secolo in cui i conflitti in quell'area del mondo non sarebbero mancati.

Ancora pochi mesi fa l'attenzione globale era sugli stessi luoghi raccontanti da London. Su Pyongyang, capitale del regime nordcoreano, chiamata Ping Yang negli articoli dello scrittore, e sulle minacce lanciate dai militari del giovane leader Kim Jong-un contro gli Stati Uniti, la Corea del Sud e il Giappone, forte del terzo test nucleare condotto a febbraio e costato ai nordcoreani una nuova serie di sanzioni Onu approvate anche da Pechino, considerata il principale sostenitore dei Kim sebbene all'interno della dirigenza cinese ci siano divergenza sull'alleanza.

O ancora ci si è concentrati sul fiume Yalu, confine naturale tra la Corea e la Cina, in cui la vicinanza con la Corea del Nord è diventata una fonte di turismo, come a Dandong, città cinese alla frontiera che guarda al regno-regime della famiglia Kim.

Guardare in tutti i sensi, con binocoli a 5 yuan (circa 60 centesimi di euro) puntati verso l'altra sponda del fiume o gite in barca organizzate per vedere i nordcoreani. Città in cui rimane il ricordo della Guerra di Corea degli anni Cinquanta del secolo scorso di cui il 27 luglio cade il sessantesimo anniversario dalla firma dell'armistizio.

Come scritto da Daniel Matraux su Japan Focus i dispacci di London dalla Corea e poi dalla Manciuria tra il 1904 e il 1905 sono resoconti “bilanciati e obiettivi”, nei quali traspare la preoccupazione dell'autore per la sorte sia dei soldati giapponesi e russi sia dei contadini coreani sia dei comuni cittadini cinesi che incontra. Sebbene va detto i coreani siano descritti come deboli e pavidi mentre i giapponesi come tenaci, disciplinati e crudeli, un tratto che sarebbe emerso nelle atrocità compiute dall'esercito imperiale nipponico durante la Seconda Guerra Mondiale.

London , scrive Matraux, emerge come uno tra gli scrittori del suo tempo che capirono come l'espansionismo e l'imperialismo occidentali stessero regredendo. Conclusioni che vanno in controtendenza rispetto all'immagine che ne dà lo studioso londinese John Eperjesi, citato dal Japan Focus, secondo cui London contribuì più di molti altri a cavallo tra i due secoli a sedimentare l'idea del “pericolo giallo” nella mente degli statunitensi.

Si tratta di quei “principi ideologici” che, ricorda Spila, l'autore avrebbe elaborato nel saggio Il pericolo giallo, appunto, e nel racconto L'invasione della Cina. Testi nei quali “la situazione economico-sociale dell'Asia costituisce la scenario inquietante di uno scontro tra orientali e occidentali, con coloriture quasi apocalittiche”.

Le corrispondenze coreane sono inoltre uno spaccato della vita del reporter cui i giapponesi non avrebbero voluto far vedere alcuna guerra. “Era come un party per turisti con ufficiali di sorveglianza come guida”, scrive il 1 luglio 1904, “Abbiamo visto ciò che volevano farci vedere e il compito principale dell'ufficiale che ci aveva in consegna era quello di non farci vedere nulla”. Anche in questo caso un osservazione che rimanda ai nostri giorni e a una delle armi principali delle guerre: la propaganda.


Scritto per l'Unione Sarda



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