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Gli attivisti nelle piazze per ricordare, da ieri e durante tutta la giornata di oggi, le due tragedie del lavoro avvenute in Bangladesh, la Mecca del tessile trasformatasi in un cimitero per oltre 1200 persone

Emanuele Giordana

Sabato 25 Maggio 2013

Una petizione alle aziende coinvolte nel crollo del Rana Plaza e nell'incendio dell'azienda Tazreen Fashion di Dacca, una manifestazione listata a lutto a Milano, Firenze, Napoli ma anche in molte città europee con finti funerali davanti ai negozi dei brand che avevano rapporti con quegli incidenti. Tutto ciò ricorda, da ieri e durante tutta la giornata di oggi, le due tragedie del lavoro avvenute in Bangladesh, la Mecca del tessile trasformatasi in un cimitero per oltre 1200 persone.

Le manifestazioni, organizzate dalla Campagna internazionale Clean Clothes (in Italia “Abiti puliti”) mirano a sensibilizzare il grande pubblico nel momento dello shopping e a raccogliere altre firme, dopo quelle già ottenute per spingere le firme internazionali a firmare l'accordo sulla sicurezza nelle fabbriche orientali, per far si che adesso i marchi coinvolti si impegnino nel risarcimento delle vittime. «L’accordo sulla sicurezza firmato da numerosi marchi internazionali è stato un primo passo importante per affrontare i problemi strutturali che affliggono l’industria tessile bengalese – dice Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti - ma non basta. Occorre che tutte le imprese coinvolte garantiscano il pieno risarcimento alle famiglie, attraverso l’assunzione di una responsabilità chiara e l’adesione ad un meccanismo multistakeholder che coinvolga i lavoratori e i sindacati».

La campagna per il lavoro sicuro nel Bangladesh i suoi primi risultati li ha già ottenuti, in molti Paesi europei e negli Stati uniti e con molte delle grandi firme coinvolte: in Italia ad esempio – per citare il caso più eclatante – con la Benetton. L'azienda, che inizialmente aveva negato un coinvolgimento con le fabbriche ospitate nel palazzo collassato il 24 aprile, ha poi ammesso e, in seguito, ha firmato il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement. Non solo, due giorni fa il gruppo trevigiano ha annunciato di aver preso accordi con una Ong internazionale per partecipare ai risarcimenti. Ma nonostante altri marchi abbiano annunciato pubblicamente che avrebbero prestato soccorso alle vittime, la maggior parte delle famiglie dei deceduti nel Rana Plaza non ha ancora ricevuto un centesimo, denunciano gli attivisti decisi a non mollare la presa. Nemmeno un euro né per le vittime del Rana Plaza, né per quelle della Tazreen: famiglie che non hanno alcuna garanzia che tali promesse saranno mantenute, pur essendo un diritto previsto dagli standard dell’Ufficio internazionale del Lavoro di Ginevra (Ilo). La somma necessaria a costituire il fondo di risarcimento per la tragedia del Rana Plaza ( 1127 morti e circa 1650 feriti) ammonta a circa 54 milioni di euro, mentre – spiegano alla Campagna - quello per l’incendio alla Tazreen (117 vittime) a circa 4,5 milioni. Queste cifre sono state calcolate dai sindacati del Bangladesh e internazionali sulla base degli standard dell’Ilo. L'idea di fondo è che i marchi si dovrebbero assumere l’onere il 45% del totale. A Governo del Bangladesh, associazione dei datori di lavoro del tessile (Bgmea) e fornitori toccherebbe il restante 55%.

La Campagna ha anche fatto il punto sulla posizione dei diversi brand. Finora – dice il dossier - solo Benetton, Manifattura Corona e YesZee (Italia), Camaieu (Francia), Cato Fashions, Walmart e The Children’s Place (Usa), El Corte Ingles e Mango (Spagna), Joe Fresh Loblaw (Canada), Kik (Germania), Bon Marche , Matalan e Premier Clothing (Gb), Primark (Gb/Irlanda) e Texman (Danimarca), hanno riconosciuto, spesso tra mille distinguo, di aver avuto rapporti con le fabbriche ospitate al Rana Plaza. Alcune hanno ammesso di averlo fatto tramite agenti (C&A, Dress Barn, Gueldenpfennig, Inditex, Mascot e Pellegrini), altre hanno negato in toto: è il caso di Carrefour e Auchan (Francia) di cui son saltate fuori alcune etichette nelle macerie.

Ma tra tutte queste società per altro, solo sette hanno detto di voler partecipare al fondi di risarcimento (Primark , El Corte Ingles , Loblaw, PVT, Matalan, Premier Clothing e appunto Benetton). Senza contare che resta in piedi anche il capitolo dell'accordo sulla sicurezza che molte aziende si son ben guadate dal firmare.
(La petizione su abitipuliti.org).

Questo articolo è uscito oggi su il manifesto. Commentalo su Great Game il blog di Emanuele Giordana



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