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Eric Salerno

Rossi a Manhattan

Il Saggiatore 2013

pp 224

euro 16,00

Emanuele Giordana

Martedi' 21 Maggio 2013

Durante gli anni in cui il senatore Joseph McCarthy imperversava negli Stati uniti, quella che sarebbe stata definita una paranoia persecutoria colpì indiscriminatamente a sinistra e a sinistra. A farne le spese furono persone che comuniste non erano affatto e molti altri che invece erano e restarono tali, ma che non rivestivano quel pericolo per la sicurezza che McCarthy sbandierava. Paradossalmente anzi, sarebbero potuti essere in qualche modo i difensori di quel modello, imperfetto ma affascinante, di democrazia.

Il nome di Mike Salerno, un emigrato dalla provincia di Cosenza, era sulla lista di quelli che costituivano un pericolo e che andavano espulsi. Mike era sempre stato comunista e non dissimulava, ma il senno di poi dovrebbe indicarlo come una risorsa per quel Paese e non il traditore che lo minava dall'interno al soldo dell'Urss come lo dipingeva l'isteria maccartista. Mike, cacciato negli anni Cinquanta dagli Stati uniti per la sua attività sovversiva, si ritrovò in Italia - in più di un'occasione - a difendere quell'America che l'ideologia del primo Pci doveva per forza dipingere come il diavolo anche senza conoscerla. Lui, che ne aveva subito gli effetti peggiori, era così intellettualmente onesto da riconoscerne anche i meriti. Cosa che non impedì il suo esilio perpetuo dal Paese dove aveva passato diversi decenni, aveva messo su famiglia, lavorato e combattuto, dalle pagine dell'Unità del popolo, i pregiudizi razziali, la xenofobia e la negazione dei diritti di quelle colonie di immigrati che erano sbarcate, come lui e la moglie Betty, nel sogno americano e che ora appartenevano alla fratellanza internazionalista.

Nel ripercorrere la storia di suo padre Mike e di sua madre Betty, Eric Salerno, giornalista e scrittore che già aveva messo mano anni fa alla storia di famiglia, disegna, con molto equilibrio, un quadro di quel periodo che ci restituisce atmosfere e toni di un'epoca di cui abbiamo letto e sentito raccontare ma che i Salerno vissero in prima persona sulla propria pelle. Nel riafferrare quei ricordi però - i rari colloqui col padre, le rarefatte ricostruzioni dei pogrom contro gli ebrei della madre, gli intrecci tra parenti amici e compagni di partito arricchiti da documenti recentemente desecretati - l'autore non cede mai al compiacimento che correrebbe il rischio di trasformarsi in una storia troppo di parte, indulgente col padre quanto troppo poco con il periodo. Non di meno il racconto sulla famiglia è incorniciato in un contesto che spesso fa rabbrividire e che emerge, più che dai ricordi di Eric, dagli schedari della polizia fascista, nei cablo dei diplomatici italiani in America, negli articoli di una stampa italoamericana filofascista prima e democristiana poi. Di cui Mike era la bestia nera, la vittima designata.

Rossi a Manhattan è dunque un po' più che una memoria di casa. E' la prima ricostruzione dettagliata di una persecuzione che aveva per oggetto le idee in un'America in cui la paura dell'Urss era diventata un'ossessione e il rosso del Workers Party una maledizione. Ma questa storia di “comunisti nel paese sbagliato” è anche un romanzo, raramente autobiografico (l'autore accenna a se stesso raramente), che accompagna nel racconto spesso drammatico di quell'epoca attraverso documenti e minuziose ricostruzioni arricchite da sopralluoghi, dal quartiere di famiglia alla vecchia sede-museo del Partito comunista americano. Ma l'autore non dimentica mai gli aspetti piacevoli di un viaggio nella memoria per quanto drammatica sia la storia che ne emerge: aspetti legati, come in una foto sbiadita, a un vezzo, un refolo di vento, il ricordo di una scampagnata. Un sorriso nella barbarie della discriminazione che accompagna, piacevolmente, la lettura e un suggestivo apparato iconografico.

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