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Le politiche economiche di Sharif sono incentrate sulla privatizzazione e sulla deregolamentazione, ed è probabile che producano nuovi tagli ai sussidi statali, peggiorando l’indigenza di vasti settori della popolazione. Né sembra intenzionato a correggere il disequilibrio etnico che caratterizza le istituzioni nazionali e che continua a alimentare la disaffezione del Baluchistan. E sul dialogo coi talebani...

Elisa Giunchi*

Martedi' 14 Maggio 2013

Nonostante la violenza campagna di intimidazione dei talebani pachistani, che ha causato circa 150 morti nell’ultimo mese – le elezioni dello scorso sabato rappresentano, per molti aspetti, un passo avanti: è, innanzitutto, la prima volta che in Pakistan un governo eletto riesce a completare il suo mandato. Nella precedente fase democratica – quella che va dal 1988 al 1999 -, i governi di Benazir Bhutto e di Nawaz Sharif erano stati interrotti dal capo di stato in collusione con le forze armate o dalle forze armate stesse con un colpo di stato. Un altro elemento di novità è l’entusiasmo con cui l’elettorato, soprattutto tra i giovani e nelle aree urbane, ha votato, e l’alta affluenza alle urne, anche tra le donne. Le forze armate, che hanno governato per circa metà della storia pakistana e che ancora oggi controllano alcuni ambiti decisionali, non hanno, sembra, manipolato le elezioni, come indica il loro stesso esito. Infine, il Movimento per la Giustizia (Pti) di Imran Khan, che si presenta come una forza nuova, ha avuto grandissimi consensi, pur non riuscendo a ottenere la maggioranza dei voti. Appellandosi ai giovani e al desiderio di rompere con la vecchia politica ha trovato terreno fertile in un paese stanco della corruzione dei politici e dell’inefficienza dell’apparato statale, riuscendo a spezzare il consenso su linee etniche che da decenni caratterizza il voto nel paese. Il Pti ha attirato consensi da ogni da ogni gruppo etnico, differenziandosi rispetto al Ppp, che è rimasto ancorato al Sindh, e alla Pml-N, sempre legata al Punjab.

Vi sono state, in particolare, accuse di brogli che dovranno essere investigate, ed è indubbio che le violenze abbiano costretto i partiti maggiormente oggetto degli attentati, tra i quali il Ppp , a una campagna cauta e guardinga che può avere compromesso l’esito del voto. Ma la sconfitta del Ppp, che ha governato in questi anni, è verosimilmente da attribuire alla disillusione diffusa verso un partito percepito come corrotto e nepotista, incapace di risolvere i problemi del Paese – dall’insicurezza alla crisi economica ed energetica – e persino di organizzare una campagna elettorale adeguata alle sfide da affrontare e allo stato d’animo degli elettori. Una campagna fiacca, legata all’immagine dei due “martiri” del partito, Zulfiqar Ali Bhutto e la figlia Benazir, e incapace di carica propositiva.

Il desiderio diffuso di cambiamento non si è tradotto tuttavia in uno stravolgimento politico: il partito che ha ottenuto la maggioranza dei voti non rappresenta certo il nuovo. La Pml-N è un partito conservatore, legato al mondo degli affari del Punjab, che è emerso negli anni Ottanta dall’alleanza tra Nawaz Sharif, ricco uomo d’affari loclae, e il dittatore Zia ul-Haq. Negli anni Novanta quando Sharif ha governato (nel 1990-93 e nel 1996-99), lo ha fatto insieme ai partiti religiosi più tradizionalisti. Cosa ha dato Sharif a questi partiti in cambio del loro appoggio? E’ sotto il suo governo, per fare un solo esempio, che la legge sulla blasfemia introdotta da Zia è stata inasprita, prevedendo la pena di morte per qualsiasi offesa nei confronti dell’islam; i partiti religiosi ai quale è stato legato e che tuttora lo appoggiano, hanno patrocinato negli anni Novanta il sostegno governativo ai taleban e anche successivamente hanno resistito a ogni forma di contenimento della militanza nelle aree di confine, e che sono vicini all’Arabia saudita.

Lo stesso Sharif ha passato diversi anni, dal 2000 al 2007, in esilio in Arabia saudita, e ha promesso in campagna elettorale di voler dialogare con i taleban. Sulla necessità di dialogare molti, anche negli Stati uniti, sono d’accordo; ma il problema sono i termini del dialogo: vi è ragione di temere che, in linea con gli accordi patrocinati da Musharraf quando era al potere, il dialogo si tradurrebbe nell’ennesimo riconoscimento dell’autonomia delle aree pashtun, e quindi della preminenza della sharia non scritta, interpretata da mullah locali, rispetto alla legislazione dello stato, dei jirga tribali, con la loro giustizia sommaria, rispetto ai tribunali dello Stato. Le politiche economiche di Sharif sono incentrate sulla privatizzazione e sulla deregolamentazione, ed è probabile che producano nuovi tagli ai sussidi statali , peggiorando l’indigenza di vasti settori della popolazione. Né sembra intenzionato a correggere il disequilibrio etnico che caratterizza le istituzioni nazionali e che continua a alimentare la disaffezione del Baluchistan. Insomma, il paese è in ebollizione, stretto tra il desiderio di voltar pagina e interessi consolidati, in una regione sempre più instabile.

*docente all'Università degli studi di Milano e senior research fellow all'Ispi



Questo articolo è uscito oggi su il manifesto



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