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Il Paese svolta a destra: sceglie un leader conservatore, chiacchierato quand'era al potere per i suoi rapporti con gli islamisti e nemico dell'esercito più per una questione personale che non perché sia poi un così ferreo baluardo del potere civile. Come ogni nuovo premier ha promesso aperture all'India e agli Stati uniti ma fu il suo governo a fare i test atomici del 1998 che impaurirono Delhi

Emanuele Giordana

Martedi' 14 Maggio 2013

La vera novità delle elezioni pachistane è che non c'è nulla di nuovo sotto il sole. Il nuovo premier è una faccia antica che premier è già stato e che calca le scene della politica pachistana da decenni. Ma al di là della battuta, della longevità politica e della controversa caratura di Nawaz Sharif, a capo della fazione della Lega musulmana che porta il suo nome (Pakistan Muslim League-Nawaz), queste elezioni per il rinnovo del parlamento di Islamabad e del potere provinciale hanno rappresentato più di una novità.

Per la prima volta nella storia del Pakistan, un governo civile porta a termine la legislatura e, nonostante minacce, attentati e 150 morti durante la campagna elettorale, il 60% degli aventi diritto è andato a votare: un record e un 20% in più rispetto alla passata consultazione. La terza novità è che il Partito popolare della dinastia Bhutto (Ppp) ha subito la sua confitta più clamorosa, evidenziando la fine di un'era e forse di quella stessa dinastia. La quarta è l'affermazione del Pti, il partito di Imran Khan, un partito che si basa più sugli slogan e sul carisma del suo leader – un ex campione di cricket – che su un vero programma. Aveva un seggio e ora ne ha una trentina. Ha fatto man bassa nelle aree tribali, tradizionale base elettorale del partito laico Awami (praticamente scomparso e questa è la quinta, triste, novità) e dei partiti islamisti che, tutto sommato, tengono la posizione. L'ultima novità è forse che, anche in Pakistan, la sinistra, o almeno i partiti che tradizionalmente si ispirano a principi secolari e socialisti, è in difficoltà (il Ppp e appunto il partito Awami).

Il Pakistan dunque svolta a destra: sceglie un leader conservatore, chiacchierato quand'era al potere per i suoi rapporti con gli islamisti e nemico dell'esercito più per una questione personale (furono i militari con un golpe e cacciarlo nel 1999) che non perché sia poi un così ferreo baluardo del potere civile. Come ogni nuovo premier ha promesso aperture all'India e agli Stati uniti (sia Delhi sia Washington si sono calorosamente congratulati) ma fu il suo governo a fare i test atomici del 1998 che impaurirono Delhi con cui, qualche mese, dopo scoppiò l'ennesimo confitto (Musharraf, che poi lo rovesciò, era allora capo di Stato maggiore). Quanto agli americani, Nawaz Sharif ha bisogno dei loro quattrini ma dovrà vedersela con l'amara politica dei droni (omicidi mirati con aerei senza pilota) tanto cara a Obama. Avrà però una freccia al suo arco: il ritiro americano deve per forza passare dal porto pachistano di Karachi.

I risultati, non ancora ufficiali, gli danno almeno 125 seggi nell'Assemblea nazionale e una maggioranza schiacciante in quella del Punjab, la provincia ricca che ha finanziato la sua campagna elettorale. Ha tre settimane per mettere assieme l'esecutivo e basterà dunque un po' di scouting tra gli “indipendenti” che, con una trentina di seggi, si contendono il primato di secondo partito con circa gli stessi scranni di Ppp e Pti. Oltre a loro qualche vecchio compagno di governo è già in corsa: Ishaq Dar ad esempio, non a caso già suo ex ministro delle Finanze, in linea con la scelta di Nawaz di puntare le sue carte sulla ripresa. Il Pakistan è in recessione e cinque anni di fragilità politica del governo Ppp non hanno aiutato. La borsa di Karachi ha premiato il risultato di Sharif proprio in omaggio alla stabilità, a quella “confortevole maggioranza” sbandierata dai suoi portavoce: primo partito a livello nazionale e primissimo in Punjab (due terzi dell'assemblea provinciale).

I problemi non gli mancheranno: in politica interna, oltre alla crisi economica, c'è l'emergenza talebana e quella baluchi (vedi articolo a fianco). Sul fronte internazionale invece ci sono gli atavici problemi coi vicini: l'India tanto per cominciare ma anche l'Iran e, di converso, gli Stati uniti che vorrebbero bloccare il famoso “gasdotto della pace” che porta dall'Iran a India e Pakistan il gas di cui Islamabad ha un dannato bisogno. Gli americani osteggiano da anni il progetto ma Nawaz Sharif ha già fatto sapere che non lo bloccherà. Poi c'è la Cina, vecchio alleato che per ora non ha mai creato problemi ma che spinge per una soluzione alla ribellione islamista troppo vicina alle sue frontiere meridionali. Infine l'Afghanistan. C'è chi dice che il neo premier potrebbe essere più pragmatico del Ppp che si limitava ad attaccare Karzai a ogni occasione. Ma su quella frontiera intricata e porosa potrebbe non bastare quest'uomo buono per tutte le stagioni ma che in passato non ha brillato sul fronte afgano: nel 1997 l'emirato di mullah Omar venne riconosciuto dal Pakistan. Era il 26 maggio: il giorno dopo toccò ad Arabia saudita ed Emirati. A Islamabad, da febbraio, era premier per la seconda volta Nawaz Sharif.


Questo articolo è uscito oggi su il manifesto. Commentalo su Great Game il blog di Emanuele Giordana



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