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BANGLADESH, CACCIA AGLI ISLAMISTI

PAROLARI: DAESH RIVENDICA

In Bangladesh l'ombra di Daesh

La morte di Tavella e i progetti di Daesh in Bangladesh

RANA PLAZA UN ANNO DOPO 24/4/14

RANA PLAZA UN ANNO DOPO, LE SIGLE DA CONOSCERE 23/4/14

ASPETTANDO BENETTON 3/4/14

IO, SHILA BEGUM, NON VOGLIO BENEFICIENZA 3/4/14

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BANGLADESH, C'E' UNA MACCHIA SULLA TSHIRT 26/2/14

BANGLADESH/ LA PROTESTA PER IL SALARIO MINIMO 15/11/13

BANGLADESH, L'ULTIMA PAROLA DELLA CORTE SUPREMA 18/9/13

RANA PLAZA: CHI VUOLE E CHI NO RISARCIRE LE VITTIME 11/9/13

VERSO UN FONDO PER LE VITTIME DEL RANA PLAZA 24/7/13

CHI SI E CHI NO A UN MESE DAL RANA PLAZA 25/5/13

COSA CHIEDIAMO ALLA BENETTON 5/5/13

L'intervento della coordinatrice della Campagna Abiti puliti sulla vicenda del crollo del Rana Plaza e il coinvolgimento delle firme occidentali

Deborah Lucchetti

Domenica 5 Maggio 2013

La tragedia del Rana Plaza non è un evento meteorologico. È l’ennesimo tragico disastro industriale che colpisce il Bangladesh, paese tra i più poveri ai vertici delle classifiche mondiali per il numero dei morti sul lavoro e secondo al mondo per l’esportazione di abbigliamento. Solo lo scorso novembre 112 lavoratori avevano perso la vita bruciati vivi alla Tazreen, azienda che produceva per noti marchi occidentali come KiK, WalMart, C&A e Li&Fung. E la lista potrebbe tristemente continuare. Stesse dinamiche, stessi problemi, stessi attori: un sistema industriale locale negligente e senza scrupoli che non esita a costringere i lavoratori, in particolare giovani donne, a lavorare in condizioni di schiavitù e ricatto; una lunga lista di marchi internazionali che si riforniscono nelle 5mila fabbriche nate grazie al boom delle esportazioni tessili che oggi valgono circa 18 miliardi di dollari, l’80% del commercio estero; un governo assente e spesso compiacente che non ratifica convenzioni ILO, come la 155 sulla salute e sicurezza dei lavoratori, mentre accoglie a braccia aperte investitori esteri in cerca di regimi fiscali favorevoli, infrastrutture, basso costo del lavoro e ostacolo alla formazione di sindacati. Condizioni perfette per il business, nefaste per i lavoratori, che muoiono per lavorare a 38 dollari al mese per 12 ore al giorno per 6 giorni la settimana.

Questa situazione è nota da tempo a livello internazionale, anche grazie al meticoloso lavoro di campagne internazionali come la Clean Clothes Campaign e dei sindacati che non smettono di denunciare il fallimento di un sistema produttivo basato sullo sfruttamento endemico delle persone e delle comunità. 
Da anni la CCC e i sindacati internazionali e locali hanno messo a punto una road map per affrontare i problemi strutturali del Bangladesh, a partire dall’impegno diretto di tutti i soggetti responsabili: i fornitori, i marchi internazionali, il governo in stretta collaborazione con lavoratori e sindacati.

Le richieste sono chiare e principalmente due. Innanzitutto l’impegno delle imprese committenti a contribuire ad un fondo di risarcimento delle vittime e delle famiglie negoziato con i sindacati bengalesi e la federazione internazionale dei sindacati tessili IndustryALL secondo un database trasparente delle vittime e dei feriti, come già definito nel caso dell’incendio alla Tazreen dello scorso novembre. La cifra totale, secondo le prime stime, non potrà essere inferiore ai 30milioni di dollari, per risarcire le vittime e le famiglie dei deceduti, da cui sono esclusi i costi dell’assistenza medica per centinaia di feriti. Parallelamente vogliamo che le imprese firmino il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement , un programma specifico di azione che include ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza per rimuovere alla radice le cause che rendono le fabbriche del paese insicure e rischiose per migliaia di lavoratori. Non c’è un minuto da perdere.

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