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Nella provincia afghana del Kunar, al confine con il Pakistan, un raid aereo delle forze della coalizione Isaf ha ucciso 11 bambini innocenti

Giuliano Battiston

Martedi' 9 Aprile 2013

In Italia, si torna a parlare di Afghanistan. Incredibilmente, anche nei palazzi romani della politica. Dove le acque si fanno agitate per la mozione che i rappresentanti del M5S stanno per presentare sul ritiro accelerato dei nostri soldati, che potrebbe trovare d’accordo anche il partito di Nichi Vendola. E se a Roma si ragiona sul senso (o sull’insensatezza) della nostra partecipazione alla missione Isaf-Nato, con l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini che si premura di ricordarci i doveri del nostro atlantismo “senza se e senza ma”, in Afghanistan si continua a morire. Sabato sera è toccato a undici bambini, con un’età compresa da uno a dodici anni. Sono stati uccisi nel distretto di Shigal, nella provincia orientale del Kunar. Più precisamente, in una valle che si chiama Shultan, a 30 km dal capoluogo provinciale Asadabad e a due passi dal confine pachistano.

Un’area strategica
Un’area di importanza strategica, perché crocevia di merci, armi e denari, uomini e ideologie, dal Pakistan all’Afghanistan e viceversa. Lì si combatte da anni. Spesso ferocemente. Come accaduto sabato, quando i soldati stranieri e le forze speciali afghane hanno ingaggiato una battaglia contro alcuni Talebani, puntando all’uccisione di un paio di pezzi grossi delle file anti-governative. Secondo quanto riferito dai locali alla Bbc e all’agenzia afghana Pajhwok, gli scontri sul terreno sono durati ore. Poi sono arrivati i rinforzi aerei, chiamati dalle “forze della coalizione”. Sotto le bombe, oltre a una decina di talebani, sono rimasti gli undici bambini e sei donne ferite. Le immagini dei cadaveri dei bambini hanno fatto il giro dei notiziari televisivi afghani, dei siti internet, di facebook. E hanno alimentato un’indignazione generalizzata. Il presidente Karzai si è unito al coro di sdegno, condannando l’uccisione dei civili ma criticando anche i Talebani per l’uso dei civili come scudi umani. Su questo, le versioni ancora non sono chiare. Chiara è invece la morte dei piccoli. E la facilità con cui nella provincia di Kunar si muore per mano degli stranieri.

Le condanne dell’Onu
Nello stesso distretto, infatti, il 13 febbraio i bombardamenti della Nato avevano causato la morte di 10 civili, tra cui 5 bambini. Karzai allora aveva emanato un decreto con cui stabiliva il divieto dei bombardamenti aerei nelle aree civili. La tragedia di sabato dimostra che quel decreto è rimasto lettera morta. E conferma quanto denunciato a inizio febbraio in un rapporto del Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dei bambini. Nel corso degli ultimo quattro anni – recitava quel rapporto - in Afghanistan centinaia di bambini sono stati uccisi “come risultato di attacchi e di bombardamenti aerei dalle forze militari statunitensi”, a causa “della mancanza di adeguate misure precauzionali e dell’uso indiscriminato della forza”. I portavoce delle forze Isaf risposero piccati, rigettarono come “totalmente infondate” e “false” le accuse loro rivolte e ribadirono che “la protezione del popolo afghano è al centro della missione Isaf”.

Le ambiguità di Karzai
Il presidente Karzai ne approfittò per criticare gli eserciti stranieri, pur di guadagnare qualche spicciolo di consenso. Oggi gli americani e i loro partner si ritrovano, come allora, a dover negare l’innegabile: che la guerra vuol dire morte, soprattutto per i civili, compresi i bambini indifesi. Anche Karzai si ritrova a dover negare l’innegabile: il fatto che, pur essendo il presidente della Repubblica islamica d’Afghanistan, non ha sovranità in casa sua. Mentre i parlamentari italiani che voteranno contro il ritiro accelerato dei nostri soldati, dovranno spiegare ai loro elettori l’inspiegabile: il senso della missione militare e i risultati ottenuti in Afghanistan.


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