Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


GIPI: I DIECI GIORNI PIU' LUNGHI DI "UN UOMO STORTO"

CAPITALISMO IN CRISI. SENNETT: UN'ALTRA VIA E' POSSIBILE 11/04/12

LEO SPITZER, DALLA CENSURA MILITARE ALLA CRITICA STILISTICA 11/7/08

GIPI: I DIECI GIORNI PIU' LUNGHI DI "UN UOMO STORTO"

Il 22 marzo il disegnatore e regista toscano Gipi ha incontrato i detenuti del carcere Don Bosco di Pisa, nell'ambito del progetto "Libri in carcere: la lettura che libera", promosso dalle associazioni Gli Asini e Antigone

Giuliano Battiston

Sabato 30 Marzo 2013
“Cella 45, secondo piano”. Alla casa circondariale Don Bosco di Pisa, uno degli agenti penitenziari ricorda ancora la cella dove, nei primi anni Ottanta, è stato rinchiuso un ragazzo ventenne “un po’ storto”, all’anagrafe Gian Alfonso Pacinotti. Quel ragazzo nel frattempo è diventato un uomo – ancora “storto”, ci tiene a precisare – e si fa chiamare Gipi. Per mestiere Gipi racconta storie per immagini. Nel mondo del graphic novel, dell’illustrazione e del fumetto, è considerato ormai un’icona, con i suoi seguaci e i suoi imitatori, in Italia come all’estero. Venerdì scorso Gipi è tornato al Don Bosco. A invitarlo sono state le associazioni Gli Asini (di cui chi scrive fa parte) e Antigone, che con il sostegno della Tavola Valdese, della Fondazione Charlemagne e di molte case editrici stanno promuovendo il progetto “Libri in carcere: la lettura che libera” (vedi box qui sotto).

Davanti a decine di detenuti, donne e uomini, italiani e stranieri, Gipi si è raccontato, partendo proprio da quando, “innocente, sono finito dieci giorni in carcere”. Quell’esperienza non l’hai mai dimenticata: “prima passavo in Vespa davanti alle mura del Don Bosco e pensavo che al di là ci fossero soltanto dei metri quadri di spazio vuoto. Dopo quell’esperienza, sentivo invece che c’era un’enorme quantità di vita”. Prima che Gipi riuscisse a raccontare quei dieci giorni, sono passati molti anni e molti libri: Esterno notte, Appunti per una storia di guerra, Gli innocenti, S. etc (pubblicati dalla Coconino Press). “Poi nel 2008 ho fatto un libro, LMVDM. La mia vita disegnata male, dove ho incluso tutte le mie esperienze da ragazzo scalmanato, raccontandole in forma buffa”. Tra queste, anche la storia del carcere, che comincia nel campo di marijuana coltivato sul greto di un fiume dall’amico “Metadonius”. Il ventenne “storto” non ha mai visto una cosa simile. Curioso, va a visitare il campo con Metadonius e con l’altro amico, Dorelli. Finiscono tutti e tre “faccia nel fango e pistola alla testa”, poi in carcere, prima in cella d’isolamento, dove Gipi scopre la paura e la “solitudine, quella fisica, quella vera”, poi nella sezione dei detenuti comuni. Qui, però, la storia si interrompe. “Quella cosa lì – spiega davanti ai detenuti del Don Bosco – non ho voluto raccontarla, perché l’ho vissuta per troppo poco tempo”. Gipi si è fatto “solo dieci giorni – spiega nel libro. Mentre c’è gente che si è fatta anni. Che se ne farà altrettanti. Ed è questa differenza che mi vieta di indugiare nel racconto”.

Sta qui, una delle ragioni per cui il pubblico lo ama così tanto: Gipi sa indugiare di fronte alle storie degli altri, se non ne è stato abbastanza partecipe, ma non indugia quando si tratta di dare in pasto ai lettori la propria storia, se utile a capire qualcosa, di sé o del mondo. “Per me lavorare su basi autobiografiche non è tanto una scelta, quanto una malattia”, spiega. “E’ un atteggiamento un po’ da kamikaze, lo ammetto, ma non me ne rendo conto. Non ho mai raccontato storie solo con l’intento di intrattenere, ma sempre anche con la speranza che potessero farmi capire qualcosa della mia esistenza”, continua Gipi. Succede in LMVDM, “in cui racconto del periodo della mia vita, fortunatamente breve e che non auguro a nessun bipede terrestre di sesso maschile, in cui non mi si drizzava il pisello, una storia che mi serviva per capire perché non avessi una famiglia vera e propria e perché fossi un ‘lasciatore seriale’ di fidanzate”. E succede anche in Appunti per una storia di guerra, premiato nel 2006 come miglior fumetto dell’anno al Festival internazionale della Bande Dessinée di Angouleme. “L’ho scritto quando i soldati italiani partivano per la guerra in Iraq”, racconta. “Era una cosa lontanissima, che sembrava non riguardarci. Mi chiedevo: ‘quanti metri o km di distanza ci vogliono da una guerra per farti dire che non è la tua?’. Da lì, l’idea di ambientare una storia di guerra nell’Italia contemporanea”.

L’Italia contemporanea, un’Italia cinica, disillusa, incapace di distinguere il bene dal male torna anche nel suo primo film da regista, L’ultimo terrestre, prodotto da Fandango e presentato nel 2011 alla mostra del cinema di Venezia. “Anni prima, nel cortometraggio Vaffanculo del terzo tipo raccontavo di alieni venuti sulla terra presi a sassate dai contadini pisani, che li rimproveravano: ‘dovevate venire negli anni Cinquanta, non ora, che siamo già fottuti’. Con L’ultimo terrestre ho ripreso quella storia. Nei miei amici più giovani, ventenni, vedevo la stessa perdita di speranza nel futuro. E di fronte al desolante quadro politico avevo un desiderio infantile: che intervenisse qualcuno a dire ‘non si fa’, qualcuno che dicesse ‘ragazza 17enne insieme a uomo politico 75enne = male’. Gli alieni del film, a differenza degli umani, sanno cosa è bene e cosa è male”.

Anche Gipi ha imparato qualcosa negli anni che lo separano da quando, ventenne, è entrato per la prima volta al Don Bosco. Per esempio, “che per quanto uno provi a far muro, il successo ti dà una botta alla vanità che ti fa uscire scemo”. Per rinsavire, spiega, “ci ho messo tre anni e mezzo. Ero andato ad abitare a Parigi, facevo la vita dello ‘stiloso’. Ho dovuto mollare la casa a Parigi, mollare la fidanzata, tornare a stare a Navacchio, qui a Pisa. Ho messo la testa giù, più giù che potevo”. Poi, finalmente, dopo un periodo in cui mancavano le idee, “il disegno è tornato e mi ha detto: ‘forza, su, si riparte’, e mi sono messo a fare una storia nuova” (che forse presenterà al Lucca Comics a novembre). La storia di un uomo che invecchia e non vuole invecchiare, “che trova raccapricciante il fatto che il corpo non sia più quello di un tempo”. Ma anche la storia di una natura benevola, “tanto amorevole da non permetterci di ricordarci, oggi, come eravamo veramente a vent’anni”.

Box: Cos'è il proggetto "Libri in carcere"
Il progetto “Libri in carcere: la lettura che libera”, prevede la distribuzione di alcune migliaia di libri nelle carceri italiane, in particolare nel polo toscano; la realizzazione di due laboratori di giornalismo radiofonico (a Roma Rebibbia e Milano Bollate); incontri mensili con gli autori (Gipi, Gad Lerner, Stefano Benni, Nicola Lagioia, Ascanio Celestini, etc). Al progetto hanno già aderito molte case editrici, tra cui Hoepli, Laterza, Il Saggiatore, Nottetempo, Fandango, Iperborea, Marcos y Marcos, Orecchio Acerbo, Jaca Book, Edizioni dell’Asino, Newton Compton, e/o. Tra i privati, segnaliamo la generosa donazione di Serena dell’ex libreria “Tempo di leggere” di Genzano di Roma. G.B.


anche su"il manifesto" di venerdì 29 marzo



Powered by Amisnet.org