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“PECCATO MORTALE SFRUTTARE CHI LAVORA”

Perugia Assisi l'appello di Tavola e Rete della pace

La guerra di Mario

La lunga scia di droni e ostaggi

Dalle trincee della Grande Guerra un appello per il diritto alla pace

ERAVAMO IN CENTOMILA, GRANDI NUMERI ALLA PERUGIA ASSISI

IL 19 OTTOBRE TORNA LA PERUGIA-ASSISI

CHIUDERE I CIELI AI CACCIA ISRAELIANI

TSAHAL SARDEGNA, SI INFIAMMA LA POLEMICA

TSAHAL IN SARDEGNA? LA DIFESA SI SMARCA

AEREI DI TSAHAL SUI CIELI DI SARDEGNA

L'AUSPICABILE RITORNO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, UNA LETTERA A JEFFREY SACHS SUL

UN AEREO DI CARTA CONTRO GLI F-35 15/7/13

COLOMBA DI PACE A PAOLA CARIDI 2/7/13

ARMARE LA PACE? UNA RIFLESSIONE SULLE PAROLE DEL MINISTRO 30/6/13

I MALI ITALIANI NEL MALI 26/1/13

La guerra in Africa e l'Italia: l'intervento di un analista politico e strategico
che ha seguito a lungo la nostra politica estera

Alessandro Politi

Sabato 26 Gennaio 2013

C’è qualcosa di molto ripetitivo in 31 anni di dibattiti sui possibili interventi all’estero: ci si concentra sul fatto, ci si schiera anche in nome di principi, poi si va avanti sino alla fine e non si dà seguito all’intervento di peace-keeping, peace-enforcing, war-making o formule simili. La differenza tra quando siamo intervenuti in Libano con la MNF (ricordate lo slogan del salvare i bambini palestinesi?) ed oggi è semplice: allora avevamo una politica, anche estera, ma non lo dicevamo; oggi abbiamo un mercato politico, risultato di una guerra per bande economiche, ma non abbiamo una politica (policy per il latinorum).

Partiamo dai grandi principi perché questi sono la base di una politica. Guerra sì o guerra no? Non ho dimenticato la lezione della Jugoslavia quando le fazioni sparavano e facevano i fatti compiuti, mentre diplomatici e pacifisti s’affannavano a trovare una soluzione almeno non bellica. Che fare? Quale bene preservare? Quale equilibrio d’interessi etici e politici salvaguardare?
Credo nella non-violenza, ma voglio discernere quando non funziona. Dunque, senza extrema ratio non c’è altro che la sopraffazione del più forte e del più violento. Posso sopportarlo per un ideale, ma non politicamente. La nostra Costituzione ce la siamo conquistata con una resistenza ed una cobelligeranza armate, perché la sola resistenza non violenta degl’internati non sarebbe bastata.

Andiamo ai fatti. Il Mali è uno Stato che non ha né una classe dirigente competente, né un monopolio della violenza che funziona: a questo servono le spese per la Difesa, a difendere incompetenti e competenti, buoni e cattivi della propria terra quando salta la convivenza pacifica. Ad un prezzo pesante e tutt’altro che esaltante, ma è la differenza che abbiamo vissuto tutti noi europei dai secoli bui sino agli Stati moderni. Valeva la pena di farsi due guerre mondiali? È un dilemma morale che mi porto dietro. La Guerra Fredda insegna che la deterrenza non nasce dal nulla, ma il peso morale resta.

A causa di questi due problemi il Mali ha perso il controllo di più della metà del territorio e il consenso di una parte importante della popolazione. Ci vorrebbe un Moro maliano per negoziare un pacchetto, ma anche noi italiani come Paese siamo pigri nel diffondere le nostre buone pratiche di successo. C’è stato Prodi che è stato appoggiato dal Paese, ma non so quanto energicamente sostenuto. Era un buon lavoro, ma è saltato per l’avanzata dei ribelli. Perché sono andati avanti? Voglia di conquista, risorse che scarseggiavano, manipolazioni tra capi o altro ancora? Sarebbe utile saperlo ed i servizi dei Paesi UE dovrebbero avere informazioni decenti ed utili ad un dibattito informato.

Fatto sta, che fare? Va bene la leggenda di Attila che si ferma davanti al papa in processione, ma in questo mezzo secolo non ho mai visto chi vinceva in punta di fucile fermarsi per qualche esortazione più o meno solenne o perché qualche persona di estremo coraggio offriva gratuitamente la sua vita per una testimonianza di valore. È chiaro perché la Francia è intervenuta ed in questo Hollande e Sarkozy non si distinguono gran che. Appunto, perché hanno una politica (magari arretrata e poco telegenica), ma la hanno chiara in testa e possono reagire rapidamente.

Conclusioni operative: Dobbiamo ricostruire adesso una politica per l’Africa e nell’Africa. Dopo essere stati cacciati da Eritrea, Somalia, Etiopia e Libia, mi pare che sia decisamente ora. Non capisco perché Cina, Usa, Francia, Regno Unito, India, Brasile e Turchia abbiano una politica africana e noi no. Evidentemente l’Africa interessa e, se non c’interessa, nostro sarà il danno e anche degli africani che potremmo aiutare con il nostro modo di fare. Le elezioni sono una scusa: i documenti possono essere già un precedente ed un aiuto al governo prossimo.
Il nostro è un chip di presenza e dobbiamo già prevedere come reagire se ci sono imprevisti. Per esempio, ci rapiscono due istruttori: riscattiamo, escaliamo o tutt’e due? Ci si pensa prima.

Vale mettere questo chip? Sì, e la nostra presenza in Libano (peraltro armata e consistente) dimostra che chi c’è influenza, e chi non c’è non sa nemmeno cosa succede davvero. Dobbiamo aumentarlo? No, non conviene ora, perché abbiamo da difendere in priorità l’Euro sotto attacco finanziario transnazionale. Del resto la Merkel ha detto no alla Libia e sotto banco ni al Mali.
Che fare dopo? Ecco, poi bisogna fare quello che non abbiamo fatto nemmeno a fondo nei Balcani: sfruttare la nostra presenza per ritorni d’interesse nazionale e, se i partner europei fossero più europei al dunque, anche europeo oppure occidentale (per quel che vale oggi il concetto).

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