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MALI, NON CADERE NELLA TRAPPOLA DELL'EMERGENZA 23/1/13

L'invito che rivolgo al Governo italiano, che siederà al tavolo con i partner europei, è quindi quello di non cadere nella trappola delle emergenze, che poi finisce col solo intervento militare. Occorre aprire un grande dialogo e dibattito all'interno dell'Unione europea e prendere l'iniziativa

Alfredo Mantica*

Mercoledi' 23 Gennaio 2013

L'Italia ha ratificato una decisione europea per l'invio di 24 nostri militari come formatori dell'esercito maliano e ieri inoltre è stato approvato l'invio di due C-130 e di un aereo di rifornimento in volo a sostegno delle operazioni Ecowas. Sulla vicenda del Mali molte possono essere le valutazioni in merito e ho personalmente fatto presente in Senato una mancanza di attenzione su questo problema e le mie valutazioni sull'intervento della Francia, che tale è anche se coperto da documenti internazionali. Personalmente, però, inviterei il Governo a maggior attenzione: non perché non creda nell'intervento in Mali, ma perché la situazione mi preoccupa e così il nostro coinvolgimento alla luce delle decisioni prese a Bruxelles. Preoccupazione che non tende a sminuire il valore della questione Mali ma indica anzi che sul Mali vi è, o dovrebbe essere, una particolare attenzione da parte del Parlamento. Che si impegna - essendo ovviamente un eventuale rafforzamento della presenza italiana in quell'area un atto straordinario - a considerare altre iniziative.

Colgo l'occasione per dire al Governo che, in sede europea, occorrerà anche prendere una posizione molto precisa. Non voglio qui fare polemica sull'intervento francese e sugli articoli di Bernard-Henri Lévy che sembra essere diventato il messaggero di pace della Francia repubblicana e imperiale. Lascio perdere la polemica con gli alleati francesi e con i nostri partner d'Europa ma devo aggiungere che una tale questione non può essere affrontata focalizzando l'attenzione solo sul Mali. I problemi del Sahel e dell'avanzata islamica in Africa sono ormai sul tappeto da molto tempo. Ci sono ragioni sociali, storiche ed etniche. Quando si parla dei Tuareg vorrei ricordare che sono berberi e non arabi e in quell'area l'appartenenza all'una o all'altra delle due etnie non è priva di significato, anche se sono poi unite dalla medesima religione.

Inoltre la questione specifica del Mali non è nemmeno un problema nuovo. I Tuareg si sono sollevati ben tre volte contro il Governo centrale maliano e in questo momento l'area occupata dai ribelli corrisponde alle rivendicazioni nazionaliste dei Tuareg. Occupano infatti un territorio del Mali, tanto per dare un'idea, che è grande come la Francia e corrisponde esattamente a tutta la zona desertica, a Nord di quella a Sud-Ovest che è attraversata dal fiume Niger. Una zona desertica, abitata da berberi Tuareg, mentre il Sud è abitato da etnie nere, la più famosa delle quali, quella dei Dogon, credo sia, almeno dal punto di vista della letteratura e della cultura, abbastanza conosciuta per le sue antiche tradizioni.

Occorre ricordare anche che quello del Mali era l'impero dell'oro in Africa. Si trattava di un Paese ricchissimo fino quando gli arabi non si sono avvicinati e non hanno pensato che forse potevano sfruttarlo. Siamo quindi in una situazione che non è di mero contrasto ma che è radicata nella storia, nel tempo e nei costumi e che quindi va politicamente affrontata. L'azione militare non può che essere una risposta all'emergenza temporanea per evitare che, al di là dei confini di quella che i Tuareg ritengono sia l'area di loro competenza, crolli il regime maliano e vi siano ovviamente situazioni particolari, qualora le colonne armate della rivoluzione Tuareg dovessero arrivare a Bamako.

L'invito che rivolgo al Governo italiano, che siederà al tavolo con i partner europei, è quindi quello di non cadere nella trappola delle emergenze, che poi finisce lì con l'intervento militare. Occorre aprire un grande dialogo e dibattito all'interno dell'Unione europea e sottolineare l'importanza non solo della questione maliana e del contrasto al terrorismo ma anche della questione relativa alla sicurezza del mar Mediterraneo e dell'Europa, magari per convincere il cosiddetto rattrappimento baltico che anche il Mediterraneo ha qualche problema.

Occorre cioè auspicabilmente avviare un grande processo politico di dialogo, utilizzando il lavoro dell'incaricato speciale delle Nazioni Unite - il professor Prodi, che peraltro si sta impegnando molto su questa vicenda. Occorre riprendere l'iniziativa e far allontanare da tutti noi l'idea che l'intervento francese sia un intervento nella ex colonia del Mali con una predominanza di una parte dell'Europa. Questa mi sembra una vera e grande occasione politica che si prospetta per l'Unione europea e mi auguro che il Governo italiano non ragioni solo su quanti C-130 mandare e non si preoccupi di come ragionerà il Ministero dell'economia e finanze e la Ragioneria generale dello Stato in materia di copertura e di definizione dei fondi. Sappia cioè riprendere un'iniziativa politica nel Nord dell'Africa che abbiamo interrotto ormai da qualche tempo.

* Senatore Pdl, già sottosegretario agli Esteri

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