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Guerra e luoghi comuni. Lo spettro afgano

Emanuele Giordana

Sabato 19 Gennaio 2013

Il Mali non è l'Afghanistan sebbene in questi giorni il paragone vada forte. Sul New York Times di ieri il titolo “Mali Need Not Be France’s Afghanistan” riproponeVA un leit motiv nel quale finiscono a trovar posto una serie di luoghi comuni dove inevitabilmente campeggia il “tribalismo”, già visto in Afghanistan, già sentito per la Libia, un conflitto, quest'ultimo, che ha molto a che vedere con la crisi maliana.
In realtà se c'è un minimo comun denomimatore, questo non riguarda le paludi, umide o desertiche, evocate dai conflitti contemporanei: Vietnam o Afghanistan a seconda dei casi, e cioè dei Paesi coinvolti. Riguarda semmai lo strumento della guerra per come viene ormai impiegato: azioni di singoli, con un mandato internazionale vago e individualmente interpretato.

Ha scritto P. G. Spinelli su “Ispi Dossier” che alla base dell'intervento c'è «...la risoluzione adottata nell’ambito del capitolo 7 della Carta dell'Onu, legittimante l’uso della forza per intraprendere le azioni necessarie per contrastare una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali...ma è pur vero che la risoluzione, a tal fine, autorizza esplicitamente non qualunque tipo di azione bensì la costituzione e il dispiegamento sul terreno di una forza multinazionale “a conduzione africana”... sotto l’egida dell’Ecowas» mentre l’azione militare francese si pone «come abbozzo di una nuova ed ennesima coalizione dei volenterosi». Questa si una cosa già vista nel caso afgano.

Dietro la vicenda maliana, oltre agli appetiti economici, il rilancio della grandeur e gli interessi giocati dagli attori regionali, c'è una vicenda di secessionismo tuareg a lungo ignorata e abilmente sfruttata dagli islamisti che, come nel caso afgano, hanno giocato su una legittima aspirazione nazionalista per altri fini. Ad afgani e tuareg della jihad globale qaedsita importava e importa poco ma le similitudini finiscono quì. Gli afgani hanno uno stato nazionale e le divisioni e rivalità etnico tribali sono state alimentate con intelligenza da chi se ne doveva servire inseguendo un altro progetto. Non c'erano, non ci sono, in Afghanistan, progetti secessionisti (persino il Pashtunistan fu un'abile costruzione che piaceva a Mosca in chiave anti britannica). Quel che non sembra cambiare nella guerra è invece l'azione unilaterale cui si accompagna l'arrivo dei volonterosi e cui finisce per accordarsi la legge internazionale.

In Afghanistan come in Mali, mancava una diplomazia in grado di capire come andavano le cose che fosse in grado di uscire dagli uffici delle ambasciate per ascoltare la voce della strada. In grado di costruire relazioni e dunque di interpretare quanto accadeva sul terreno. Lavoro lasciato solo all'intelligence. Chi conosce l'Afghanistan sa che questo genere di ascolto non c'è mai stato. In Mali sembra accadere lo stesso, almeno a leggere chi se ne intende (Gregory Mann ad esempio su africasacountry che ha un giudizio sferzante sull'azione dei mediatori africani e su Romano Prodi).

Il paragone con l'Afghanistan è l'abitudine a ragionare sul mondo come fosse un puzzle di pezzi tutti uguali mentre uguale a se stesso sembra solo chi dà le carte. Del resto proprio sull'Afghanistan funzionarono e funzionano luoghi comuni immortali, come quello di un Paese che si faceva beffe degli stranieri, sempre scacciati. Infatti, dopo 12 anni siamo ancora lì. E quando, nelle guerre contro Londra, Kabul riuscì apparentemente ad averne ragione, cacciandone i soldati, furono gli afgani in realtà a perdere la guerra. Londra fece firmare loro, agli inizi del secolo scorso, accordi che legavano la politica estera afgana ai voleri della Corona di Sua Maestà.

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