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Quasi casualmente è arrivata la risposta alla domanda su quanto, come e quando l'Italia manderà a a casa i suoi soldati. Si è dovuto attendere che la notizia arrivasse contabilmente tra i numeri della conversione in legge sul decreto che autorizza le missioni militari all'estero. Resteranno 3mila soldati e la spesa per mantenerli diminuirà. In parte

Emanuele Giordana

Venerdi' 18 Gennaio 2013

Ci stiamo ritirando dall'Afghanistan ma nessuno se n'è accorto. Entrati a piè fermo nella prossima guerra, del conflitto afgano ci siamo già scordati e solo martedi, quasi di sfuggita, si è saputo che nel 2013 i militari italiani schierati nel paese centro asiatico saranno 3100. Un migliaio di meno rispetto ai 4mila schierati nel 2012. Prima lo ha detto, quasi un inciso mentre spiegava che andremo in Mali, il ministro Di Paola in audizione con Terzi al Senato. Poi si è saputo di più nel dibattito sul futuro delle missioni, legge che settimana prossima approderà alla Camera. Bizzarramente, per avere risposta alla domanda su quanto, come e quando l'Italia avrebbe rimandato a casa i suoi soldati, si è dovuto attendere che la notizia arrivasse contabilmente tra i numeri del decreto. Anche se, a ben vedere, bastava un'occhiata al blog della brigata taurinense ospitato dal sito de La Stampa dove, il 12 gennaio, il generale Dario Ranieri a capo del Regional Command West della Nato spiegava che: «Le autorità locali hanno già assunto il controllo di gran parte della regione occidentale dove sono schierati circa 3000 militari italiani...». Chissà se il generale si riferiva a una parte del tutto o se la riduzione del contingente è già cominciata per risparmiare. Come sempre sulla guerra afgana aleggia l'incertezza su numeri (denari e strategie) che ha caratterizzato tutta la nostra permanenza nella regione. Ma veniamo alla legge passata a palazzo Madama.

Al Senato va in onda (era possibile seguirla in diretta) la “Conversione in legge del decreto-legge 28 dicembre 2012, n.227, recante proroga delle missioni internazionali delle Forze armate, iniziative di cooperazione allo sviluppo e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali”. Illustrata dall'immarcescibile Lamberto Dini, spiega che: «...la proroga copre il periodo dal 1° gennaio 2013 al 30 settembre (nove mesi, anziché un anno come nel 2012)...lo stanziamento complessivo ammonta a 935 milioni di euro. Viene quindi utilizzato quasi interamente il rifinanziamento del fondo missioni (1.004 milioni di euro)...somma significativamente inferiore a quella stanziata l'anno precedente (1.403 milioni) per un periodo di 12 mesi...». Sulla «...partecipazione a iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno alla ricostruzione per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione...lo stanziamento complessivo è di 81 milioni», meno del 10 per cento del totale ammette lo stesso Dini (15 milioni di euro per l'Afghanistan). La parte del ritiro e della spesa relativa al Paese dell'Hindukush tocca al generale Del Vecchio (Pd).

Il senatore argomenta che: «all'impegno nel Paese asiatico è associato, per i primi nove mesi del 2013, un onere di spesa pari a circa 426 milioni di euro, sensibilmente inferiore (di circa 150 milioni) a quello sostenuto per lo stesso periodo nel 2012, grazie alla riduzione del personale militare impiegato, dalle 4.000 unità del 2012 alle 3.100 attuali, in conseguenza del progressivo passaggio del controllo dei distretti del Paese dalle forze internazionali a quelle locali». Dunque i soldati sono già tornati? Puntualizza il sottosegretario alla Difesa Magri: «Nel settore di interesse dell'Italia questo passaggio è già avvenuto a Bala Murghab, nel Gulistan, ed a Bakua ed avverrà nel corrente anno ancora a Bala Baluk e Farah...segnalo comunque – dice ancora - come nel decreto in esame sia già stata prevista una consistente riduzione del nostro contingente in Afghanistan, il quale passerà dal livello medio di 4.000 militari mantenuto nel 2012 ad un livello medio di 3.100 militari nel corso dei primi nove mesi di quest'anno». Il ritiro sembra allora essere ancora in corso, par di capire.

Come che esattamente sia, ecco che in un rapidissimo passaggio parlamentare, in un'aula mezza vuota e distratta che viene continuamente richiamata dalla presidente di turno Emma Bonino (...colleghi, se non proprio attenzione, vi chiedo un po' di silenzio...), si viene a conoscere un calendario richiesto da quando è certezza che ci ritireremo entro il 2014. Quanto a Di Paola, ha parlato della prospettiva di una diminuzione a fine 2013 delle circa 3mila unità impiegate in media nel Paese. Dunque sembra di capire che entro il 2013 scenderemo sotto i tremila.

Il costo della missione per gli italiani scende (forse era già diminuito nel 2012?). Non tutto però. In merito alla stipula di contratti di assicurazione e trasporto associati alla permanenza dei nostri contingenti all'estero, nel 2012 spendevamo 140 milioni. Adesso ne spenderemo 144, incremento associato al ritiro di mezzi e materiali dall'Afghanistan per necessità di ricorrere a vettori, aerei, navali e terrestri. Ce ne andiamo, ce ne andremo, ce ne siamo in parte già andati, ma la bolletta resta salata.

amche su il manifesto



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