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Quattro attentati devastano Quetta, la capitale del Belucistan,e Mingora, il capoluogo della valle di Swat. Oltre cento i morti e centinaia i feriti. Nel mirino gli hazara sciiti, il governo di Islamabad, cittadini. La firma è dei gruppi settari e di una frangia del secessionismo beluci. Su tutto l'ombra dei talebani pachistani

A sn Ali Jinnah, padre del Paese dei puri

Emanuele Giordana

Sabato 12 Gennaio 2013

Migliaia di persone hanno manifestato ieri nella città meridionale di Quetta, capitale del Belucistan pachistano, chiedendo il pungo di ferro contro l'ennesima strage che giovedi ha colpito la comunità sciita e hazara della provincia. Il bilancio ancora provvisorio del massacro, avvenuto per tre differenti attentati, avrebbe già ucciso 95 persone ma il loro numero potrebbe aumentare. Intanto ieri anche nella Swat Valley, nel Nordest del Paese, un nuovo episodio di violenza ha colpito una piccola comunità religiosa uccidendo oltre venti persone.

L'attacco a Quetta, la turbolenta capitale della provincia sudoccidentale del Paese dei puri, si è svolto in momenti differenti: nella serata di giovedi, un attacco suicida e un'auto bomba hanno fatto scempio nell'area di Alamdar Road uccidendo oltre ottanta persone a ferendone più di cento. Gli attentatori hanno colpito sapendo chi avrebbe pagato e cioè la comunità hazara. Nel pomeriggio invece, dodici persone sono state uccise da una bomba messa vicino a un veicolo dei Frontier Corps a Bacha Khan Chowk. Si tratta di due matrici diverse come ancora diversa sembra quella cui va imputata la strage (non rivendicata) avvenuta a Mingora, capitale della valle di Swat, dove 22 membri della Tableeghi Jamaat (una scuola del pensiero islamico deobandi) sono stati sventrati dall'esplosione che ha causato anche una sessantina di feriti. Inizialmente sembrava che l'imputato fosse un cilindro di gas esploso per motivi accidentali, ma in seguito la polizia ha accreditato la matrice terroristica che ha colpito uno dei luoghi di culto della comunità fondata in India negli anni Venti e contraria alla piega violenta presa da molti altri gruppi di ispirazione deobandi, tra cui i talebani pachistani del Tehrik-i-Taliban.

Quanto a Quetta, la strage degli hazara (una comunità sciita largamente diffusa in Afghanistan ma che ha molti residenti a Quetta, luogo di partenza tra l'altro dei pellegrinaggi verso il vicino Iran sciita) è stata rapidamente rivendicata dal gruppo settario sunnita Lashkar-e-Jhangvi (LeJ, da tempo messo al bando dalle autorità pachistane), specializzato in operazioni terroristiche che prendono di mira gli “scismatici” dello sciismo. La prima matrice dunque non pone dubbi e a guardare la lunga lista di eccidi della comunità hazara si capisce bene che non si tratta né di un fatto casuale né, tanto meno, di un caso isolato. Solo nel settembre del 2011 (quando gli hazara promossero manifestazioni in tutto il mondo, Italia compresa, per denunciare la “strage silenziosa”) ne vennero uccisi 26 che viaggiavano dall'Iran a Quetta ed erano stati vittime di un'imboscata nell'area di Ganjidori (Mastung), azione subito rivendicata dallo stesso gruppo jihadista. Ma la cernita sul calendario dell'orrore non è difficile: il 12 giugno 2012 un attacco suicida ne ammazza 14 e due mesi dopo, in agosto, un gruppo di fuoco ne uccide altri tre sparando su un taxi. All'estremismo settario, una vecchia storia che si è sempre detta goda di finanziamenti sauditi per contrastare l'avanzata in Pakistan dell'Iran, si aggiunge la condizione di povertà assoluta di una minoranza che non è in grado di difendersi e poco protetta dalle autorità di un Paese prevalentemente sunnita.

La guerra alla minoranza hazara in questa città, prevalentemente abitata da pashtun e beluci e una volta piacevole e pacifica, inizia negli anni Novanta ed è difficile scollegarla dalle tensioni prodotte dalla guerra in Afghanistan: Quetta diventa la sede estera dei talebani afgani ma anche il ricettacolo di chi scappa dal conflitto: gli hazara del centro Afghanistan si appoggiano spesso alla comunità oltre confine e portano con loro il marchio d'infamia che i talebani hanno sempre affibbiato a questa minoranza già molto vessata in suolo afgano.

L'attentato ai Frontier Corps è invece più facilmente imputabile alla guerriglia beluci: è stato rivendicato dall'United Baluch Army, fazione di una guerriglia secessionista attiva da molti anni e che, almeno in parte, sembra sia stata contaminata, negli anni Novanta, dalla presenza talebana che ha cercato alleanze e la capacità di sfruttare al meglio la situazione di caos della provincia dove, a complicare le cose, si sono messi, anni fa, anche i cinesi che hanno fatto progetti sullo sbocco al mare di Gwadar, cui guardano anche americani e indiani. E in proposito va segnalata la presenza di un'attivissima intelligence indiana che tiene d'occhio la situazione (e probabilmente vi si intromette).

Quanto alla strage di Mingora, è possibile che si tratti di diatribe tra sunniti e non è escluso lo zampino dei rigorosissimi e sanguinari talebani pachistani, espulsi qualche anno fa dalla valle di Swat che controllavano manu militari. Servirà ricordare che Mingora è anche la città di nascita di Malala Yusufzai, la giovane studentessa pachistana quasi ammazzata in ottobre proprio dai talebani pachistani e salva per miracolo.
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