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Jamil Ahmad

L’acqua più dolce del mondo


Bollati Boringhieri

2012

pp. 164, euro 15,50

Emanuele Giordana

Giovedi' 3 Gennaio 2013

Il libro d’esordio del pachistano Jamil Ahmad, funzionario di Islamabad, è un bel romanzo ambientato nelle lande abitate da un mondo tribale spesso in movimento a cavallo della famosa Durand Line, la frontiera tra l’Afghanistan e il Raj britannico tracciata con un‘anodina e sprezzante matita copiativa da Sir Henry Mortimer Durand nel 1893.
L’incaricato di Sua Maestà britannica e dal viceré di allora divise a metà un mondo che non solo spartiva al di là e al di qua della frontiera un’intera comunità (i pathan del Pakistan conosciuti in Afghanistan come pashtun) ma segnava quel che col tempo, accanto ai conflitti e ai sogni secessionisti (il Pashtunistan), avrebbe fatto della transumanza stagionale dei nomadi pashtun una missione impossibile.
Le cose si complicano con la nascita del Pakistan che fa di quella frontiera (“porosa” come si dice oggi ma di fatto sempre più reale) il taglio netto di civiltà. In questo ambiente difficile si svolge la storia di una famiglia e di un bambino mentre sullo sfondo echeggia, senza speranze, l’eterna illusione del nomade: «Apparteniamo a tutti i Paesi e a nessun Paese».
Un grande affresco, con qualche defaillance narrativa dovuta a un eccesso di complicazione nella costruzione del racconto, di un mondo che ancora sopravvive a se stesso, fedele alle sue usanze, spesso terribili, e che ci restituisce il dramma di un popolo che non riesce ad adattarsi all’idea di appartenere a qualcuno.


Questa recensione è uscita anche su TerraMensile di dicembre



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