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Paolo Giordano

IL CORPO UMANO

Mondadori 2012

pp. 312

euro 19

Giuliano Battiston

Domenica 9 Dicembre 2012

Gli accampamenti militari “si assomigliano l’un l’altro, i soldati pure, vengono istruiti ad assomigliarsi”, scrive Paolo Giordano nel suo ultimo romanzo, . Anche i soldati da lui raccontati si assomigliano: tutti vivono dei conflitti irrisolti, tutti abitano nel buio della notte tra il tramonto della gioventù e l’alba dell’età adulta, nella terra di nessuno tra il “non più” e il “non ancora”. A tutti spetta il compito di decidere cosa vogliono diventare, che tipo di uomini essere, come prendere il mano il proprio destino, quale posto occupare nel mondo. I loro drammi esistenziali, le difficoltà ad affrontare il decisivo passaggio che li renderà adulti si snodano in un luogo molto particolare, all’imbocco della valle del Gulistan, uno dei distretti della provincia meridionale afghana di Farah, nella base militare “Ice”, “un recinto di sabbia esposto alle avversità”. I soldati descritti ne Il corpo umano vivono in un contesto di guerra, dunque. Ma il loro baricentro è altrove, lontano, ostinatamente ancorato alle fragilità esistenziali, immerso nella vita quotidiana, succube di diffidenze ed esasperazioni emotive e sentimentali.

Si prenda uno dei protagonisti principali, il tenente Alessandro Egitto: abituato a tenersi da parte, “uno spettatore, prudente e scrupoloso: un eterno secondogenito”, Egitto è alle prese con “certi antichi conflitti privati” da cui non riesce a liberarsi. Per farlo, per “tenere a distanza ogni genere di affanno e coinvolgimento emotivo”, ricorre metodicamente agli psicofarmaci, di cui è ormai assuefatto, perché nascondono “una grande, burrosa piacevolezza”, simile a quella che gli deriva dall’autocommiserazione. Ha cominciato a prenderli qualche giorno dopo la morte del padre Ernesto, medico come lui, attaccato alla figlia Marianna in modo ossessivo e patologico, tanto da spingerla a rendersi “impenetrabile a chiunque”. Il tenente Egitto vorrebbe “scavare una trincea tra passato e presente”, ma non ci riesce, perché la vischiosità di questa storia familiare arriva perfino nel Gulistan. Neanche questa sua ennesima, tacita fuga gli consente di “riposare, di scomparire”. Le pillole che trangugia lo aiutano, ma i fantasmi del passato, le conferme del suo torpore e della sua indolenza continuano a inseguirlo, per incarnarsi in Irene Sammartino, una donna con cui tempo addietro ha avuto una breve storia d’amore conclusa senza che lei se ne rassegnasse del tutto, arrivata in quel posto sperduto “come un cavallo di Troia che il destino ha introdotto nottetempo nel suo nascondiglio”.

In quello stesso nascondiglio vive i suoi tormenti il maresciallo René, soldato esperto, “due volte in Libano, poi il Kosovo”, uomo fragile e indeciso, “abituato a indirizzare gli istinti erotici, a indirizzarli al pari dei suoi arti, delle armi da fuoco”, ma incapace di orientare i propri sentimenti. Già spogliarellista, ora che è un militare in carriera René continua a fare il gigolò, più che per piacere o per necessità a causa di quella forza inerziale che gli impedisce di “immaginare una versione nuova di sé”. Nel corso degli anni ha imparato a gestire il peso del comando, a sopportare le conseguenze “di avere nelle proprie mani il destino di ventisette uomini”, ma alla vigilia della partenza per la missione afghana si trova schiacciato da un interrogativo: ha senso condividere un figlio con “una donna che conosce appena, anzi non conosce affatto, una donna più vecchia di lui di quindici anni, una che lo paga per godere del suo corpo?”.

In Afghanistan, il maresciallo René cerca risposta alle sue domande più intime, come fa l’inquieto caporalmaggiore Roberto Ietri, inseguito dal demone dell’insoddisfazione, che gli fa desiderare “troppe cose e sempre quelle che non può avere, quelle passate o, peggio ancora, quelle che non arriveranno mai”. Tra queste, la voglia di affrancarsi dalla sua verità scabrosa, il fatto che “non è mai stato con una donna, non nel modo che lui definisce completo”, oltre che di liberarsi dall’abbraccio soffocante ed eccessivamente premuroso della madre.

Per tutti e tre, e per molti altri personaggi che costellano il romanzo di Paolo Giordano, i drammi privati, individuali, vissuti in solitudine, troveranno una soluzione ora tragica ora favorevole grazie alla tragedia collettiva, pubblica. In altre parole, grazie alla guerra, a quei venti chilogrammi di esplosivo su cui salta in aria “il Lince guidato da Salvatore Camporesi…..dilaniando i passeggeri a bordo, tutti tranne uno”. Subito dopo l’attentato, quando il caporalmaggiore Cederna è ancora intento a raccogliere brandelli sanguinanti dei suoi colleghi, il maresciallo René decide finalmente di tenere il figlio; subito dopo l’attentato, Roberto Ietri muore, nel momento stesso in cui afferma la sua virilità eroica, cercando di salvare un uomo rimasto ferito; subito dopo l’attentato, di fronte alla Commissione disciplinare che gli imputa la responsabilità di aver mandato in missione un soldato debilitato dall’intossicazione alimentare, il tenente Alessandro Egitto abbandona il suo torpore, rinuncia alle sue fughe, per assumersi “la piena responsabilità dell’accaduto”.

Sta qui la chiave di volta del romanzo di Paolo Giordano: la guerra come momento di passaggio, come ponte tra le età, come elemento che conferisce densità di significato e trasparenza a ciò che altrimenti sarebbe intangibile, opaco e insensato. Ma sta qui anche la sua debolezza: l’attentato appare una scorciatoia narrativa, un espediente per segnare l’ingresso dei personaggi nell’età adulta. Più in generale, la stessa ambientazione in un contesto bellico appare come un pretesto per “redimere” caratteri altrimenti irredimibili, perché assuefatti al loro squilibrio emotivo.

A differenza dei veri romanzi di guerra, qui la guerra non è che un palcoscenico, una semplice scenografia – predisposta con cura ed efficacia – per allestire una messa in scena ben riuscita. Quelli descritti da Paolo Giordano non sono veri soldati, ma ragazzi comuni travestiti con l’uniforme militare: pur volendosene emancipare (si veda l’intervista di Antonio Gnoli su La Repubblica del 15 ottobre 2012), per costruire le sue storie lo scrittore torinese attinge ancora all’universo familiare da “interno borghese” del suo primo romanzo, La solitudine dei numeri primi.

Anche sul numero di dicembre de I Quaderni del Teatro di Roma



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