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UN'ASSEMBLEA DIFFICILE AL PALAZZO DI VETRO 11/09/12

Il 18 si apre la sessione dell'Assemblea Generale dell'Onu. In attesa della convocazione, tutti muovono le loro pedine. Ma trovare un accordo su Siria e Iran non sarà facile.

Gianna Pontecorboli

Martedi' 11 Settembre 2012
La tragedia della Siria e lo spinoso problema dell'Iran saranno al centro del dibattito. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad parlerà il giorno di Kippur, il giorno del digiuno ebraico, e Benyamin Netanyahu gli risponderà dallo stesso podio il giorno dopo. Abu Mazen rilancerà l’idea di una Palestina all’Onu, anche se solo come stato osservatore.  Barack Obama, con un occhio all’elettorato interno, rispetterà la tradizione e pronuncerà il suo discorso il giorno dell'apertura del dibattito generale.  Ma già  domenica scorsa, a Vladivostok, Russia e Cina hanno fatto capire che il loro dialogo all'ombra del Palazzo di vetro sarà pieno di tensioni.
Ancor prima di iniziare, la sessantasettesima sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che comincerà ufficialmente il 18 settembre ma entrerà nel vivo la settimana dopo quando i leader di tutto il mondo si alterneranno sul palco, si annuncia problematica. 
Quest'anno, ancor più del solito, nessuno vorrà mancare all'appuntamento. Già hanno annunciato la loro presenza, insieme al presidente americano, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il primo ministro inglese David Cameron, il presidente  francese Francois Holland e per l'Italia, il presidente del Consiglio Mario Monti. Per loro e per gli altri grandi presenti, è in programma una girandola di appuntamenti che li porterà dalla sala del Consiglio di Sicurezza alla colazione riservata organizzata dal Segretario generale Ban Ki Moon.
In attesa di un appuntamento che promette di essere impegnativo, ciascuno ha già cominciato a muovere le sue pedine 
Prima a New York e poi ieri al Cairo, Lakhdar Brahimi, il diplomatico algerino scelto dal segretario generale e dalla Lega araba per prendere il posto di Kofi Annan come inviato speciale per la Siria, ha lasciato capire senza mezzi termini che il suo impegno sarà inutile senza l'aiuto di una comunità internazionale unita. «Visiterò Damasco tra pochi giorni - ha detto- e ha aggiunto, «quando sarà conveniente e possibile, tutti i paesi che sono in condizione di aiutare». Di fronte al trasparente riferimento all'Iran, Teheran non si è fatta attendere e già domenica, dopo un colloquio a quattr'occhi avvenuto sabato sera tra Brahimi e il ministro degli esteri iraniano Ali Akbar Salehi, l'agenzia di stampa iraniana ha annunciato che l'inviato dell'Onu andrà sicuramente a Teheran.
Contemporaneamente, però,  al termine del Forum per la cooperazione economica dei paesi del Pacifico, sia Hillary Clinton che il ministro degli esteri russo hanno lasciato capire che sul problema che continua a turbare l’opinione pubblica mondiale, le posizioni restano distanti. «Gli Stati uniti non sono d’accordo sull’approccio riguardo alla Siria», ha detto senza mezzi termini Hillary Clinton a Vladivostok, «dobbiamo fare più pressione sul regime di Assad per far cessare il bagno di sangue». La Segretaria di Stato ha poi fatto capire che gli Stati Uniti potrebbero muoversi da soli per rafforzare l’opposizione se dal Consiglio di Sicurezza non uscirà, questa volta, «una risoluzione con i denti».
«I nostri partner americani hanno la tendenza a minacciare un aumento della pressione e anche più sanzioni contro la Siria e l’Iran, ma la Russia è fondamentalmente in disaccordo», le ha risposto con altrettanta schiettezza il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov .  Insomma, già in partenza, l’atmosfera si preannuncia tesa.   Per il presidente di turno che sarà eletto, cioè l'ex ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic, si prepara un pesante lavoro diplomatico da fare.



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