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Afghanistan nella tempesta

Pietro De Carli

€15.50

pagine: 459

Albatros 2011

Emanuele Giordana

Martedi' 10 Aprile 2012

ei confronti di Pietro De Carli nutro una grande stima professionale ma anche un grande affetto umano. Non sarei dunque tra le persone più adatte a parlare di un suo libro ma poiché anche “Afghanistan nella tempesta” è entrato a far parte della “Biblioteca di Amanullah”, fatta questa debita premessa, voglio segnalarlo all'attenzione dei miei lettori.

De Carli è stato responsabile per la Cooperazione italiana delle operazioni di emergenza in Afghanistan dal 2004 al 2008, quando lasciò l'incarico per trasferirsi in Mozambico e venne istituita l'Utl, l'unità tecnica presso l'ambasciata. De Carli – lo conobbi nel 2007 – aveva fatto, con l'aiuto di Arif Oryakhail , del contabile Raffaele De Martino, dello staff locale e di sua moglie Maria Rubino, un lavorone. Era sempre in ufficio a far conti perché la sua missione gli sembrava quella di raggiungere il massimo obiettivo con la minima spesa (affronta spesso il tema nel suo libro). Ma De Carli si arrovellava anche sul destino degli afgani e sulla follia della guerra, un'ossessione etica che attraversa tutte le pagine del libro.

Il suo libro (450 pagine!, forse un po' eccessivo nel volume) è un lungo raccontone della sua esperienza locale. C'è parecchio di cooperazione ma anche la disamina approfondita di alcuni fatti, come la ricostruzione del sequestro Mastrogiacomo e delle polemiche a seguire. Forse il capitolo più illuminante riguarda la “rivolta di Kabul” del 2006, il segno evidente che qualcosa non andava. Direi che non ho letto altrove quasi nulla a riguardo di quell'episodio che invece avrebbe dovuto essere preso come caso studio per capire che la rotta andava invertita. Si era allora ancora in tempo. Fu il primo vero campanello d'allarme.

La tesi di fondo del libro è che la ricostruzione è stata una farsa e che l'investimento militare (lo spiega bene nella prefazione Fawzia Koofi) andò a discapito di quello civile: tradì le aspettative popolari e convinse gli afgani che più che per difendere i loro interessi eravamo li a difendere i nostri. Nel 2006 quel germoglio di disillusione cominciò a diventare una fogliolina. Ora è una pianta.

Molte delle cose di De Carli le conoscevo bene (con Attilio Scarpellini avevamo utilizzato i suoi preziosi rapporti e le belle foto di Romano Martinis per farne un libro per il Mae: “Amicizia”, ai tempi di Patrizia Sentinelli) anche perché ero stato più volte ospite suo e di Arif a Sharenaw, nella sede della Cooperazione italiana dove, De Carli lo spiega bene, non c'era bisogno di un dispiegamento militare a difesa, di sacchetti di sabbia e filo spinato. Gli afgani, dice, sapevano bene – talebani compresi – quel che facevamo e proprio per questo – sostiene – non correvamo rischi. Ora De Carli conta di girare l'Italia e di fare del suo libro un'arma pacifica contro la guerra. Con la speranza che serva in futuro e smettere di ripetere i soliti errori.





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