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CASO MONTECRISTO: SECONDA UDIENZA A ROMA 15/05/12

A ROMA IL PRIMO PROCESSO CONTRO PRESUNTI PIRATI SOMALI 23/3/12

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A ROMA IL PRIMO PROCESSO CONTRO PRESUNTI PIRATI SOMALI 23/3/12

Si è aperto oggi nell'aula bunker di Rebibbia il processo contro i presunti sequestratori della motonave Montecristo. E' il primo caso in Italia.

Enzo Mangini

Venerdi' 23 Marzo 2012
Alti, dinoccolati, molto giovani e un po’ smarriti nei gabbioni dell’aula bunker a poche decine di metri dal carcere di Rebibbia. A vederli così non sembrano esattamente dei pirati. Eppure sono loro, otto giovani somali, gli imputati nel primo processo sulla pirateria contemporanea che si è aperto oggi a Roma. Il più “vecchio”, Abullahi Ali Ahmed, ha 24 anni. Per stabilire l’età degli altri, il pubblico ministero Francesco Scavo ha chiesto in fase di indagini una perizia del medico legale che ha stabilito che, nel gruppo di undici presunti pirati arrestati nell’Oceano indiano tra l’11 e il 15 ottobre 2011, solo tre erano minorenni. La loro posizione è stata stralciata dal processo principale e compariranno ai primi di aprile davanti al tribunale dei minori.
Per gli altri, la Corte ha accettato la perizia medica, nonostante i rilievi presentati dall’avvocato difensore Douglas Duale che aveva chiesto, come questione preliminare, una nuova perizia per stabilire l’età certa dei suoi assistiti.
L’udienza è andata avanti con l’acquisizione della costituzione di parte civile dello Stato italiano, rappresentato dall’avvocato Luca Ventrella per conto della Presidenza del consiglio. Ventrella ha spiegato che lo Stato italiano si considera danneggiato dagli otto giovani somali perché la pirateria «indebolisce la fiducia nelle istituzioni pubbliche e nella loro capacità di garantire l’ordinata e serena navigazione commerciale nell’Oceano indiano», ma anche per i costi che lo Stato deve sostenere per contrastare i barchini dei pirati: costi di indagine, intelligence, dispiegamento di personale militare.
La parola è quindi passata al pm Scavo che ha illustrato come intende provare le pesanti accuse rivolte ai somali, tra le altre, danneggiamento, sequestro di persona con finalità di terrorismo, depredazione. Tradotto in anni di carcere, vuol dire che gli otto giovani somali rischiano di passare in cella quanto hanno vissuto finora. Scavo ha spiegato alla giuria della Corte d’Assise le dimensioni e l’impatto del fenomeno pirateria, «sottovalutato dalla stampa italiana, ma molto presente nelle preoccupazioni del governo, come la decisione di costituirsi parte civile dimostra», nonché i fatti che hanno portato gli otto somali fino all’aula bunker. La sequenza è nota: il 10 ottobre 2011 la motonave Montecristo viene assalita a circa 620 miglia a est della costa della Somalia. L’equipaggio riesce a chiudersi nella cosiddetta “cittadella” - ovvero una parte blindata della cabina di comando - e così non perde il controllo della nave. Circa 24 ore dopo, una nave militare statunitense in forza alla missione Nato Ocean Shield raggiunge la Montecristo. Dopo una prima ricognizione, intervengono i Royal Marines britannici, imbarcati sulla HMS Victoria che arrestano i sequestratori e liberano l’equipaggio della Montecristo, una ventina di persone tra cui sei italiani. I somali vengono quindi consegnati all’Andrea Doria, l’incrociatore della Marina Militare che allora partecipava a Ocean Shield, mentre la Victoria parte all’inseguimento di un peschereccio la cui posizione faceva pensare che fosse stata la “nave madre” da cui erano partiti i barchini per l’assalto alla Montecristo. A bordo di questo peschereccio, iraniano ma con equipaggio pachistano, vengono arrestati altri quattro somali, assieme a due pakistani che sono stati poi scarcerati e prosciolti dopo che nell’incidente probatorio, alcune settimane fa, hanno riconosciuto negli imputati i pirati che avrebbero sequestrato il peschereccio.
Per sostenere la sua tesi, il pm ha chiesto che siano ascoltati, a partire dalla prossima udienza fissata per il 15 maggio, i comandanti delle navi coinvolte, nonché alcuni ufficiali dei Carabinieri che hanno svolto le indagini.
La tesi della difesa, invece, è che gli otto imputati non siano affatto pirati ma semplici pescatori. Secondo l’avvocato Duale, gli imputati sono stati bendati e costretti sotto minaccia delle armi a salire sulla Montecristo da un altro gruppo di veri pirati che aveva sequestrato il peschereccio su cui tutti i somali erano imbarcati. Di questo gruppo farebbero parte anche i due pakistani scarcerati dopo l’incidente probatorio. «In alcune delle foto scattate durante la ricognizione area statunitense - ha detto Duale - Si vedrà benissimo che le persone vicine alle armi non sono i miei assistiti e che i pakistani hanno un atteggiamento molto diverso da quello che si presume abbia una persona sotto minaccia».
Per Scavo, invece, non ci sono dubbi: gli otto ragazzi che seguono il processo grazie all’interprete sono proprio quelli che hanno assalito la Montecristo e hanno cercato di irrompere nella cittadella blindata, armati di kalashnikov e anche di un Rpg usato per provare a svellere la porta e le paratie stagne. Tutto materiale trovato a bordo del peschereccio diventato nave madre, assieme ai giubbotti di salvataggio con il nome della Asphalt Venture, una nave con bandiera panamense sequestrata nel 2010 e rilasciata all’inizio del 2011 dopo il pagamento di un riscatto di più di 3 milioni di dollari.
Nella tesi dell’accusa, però, c’è un altro punto molto delicato, ovvero la finalità di terrorismo che il pm attribuisce alle azioni dei giovani somali. Scavo ha detto che «una parte dei proventi della pirateria finisce a finanziare gruppi terroristici somali, come gli Al Shabab, la milizia islamista che controlla parte del territorio della Somalia centromeridionale». Questo legame, ipotizzato da tutti gli organismi internazionali che si occupano di contrasto alla pirateria, non è stato ancora dimostrato. Se gli elementi di prova che Scavo illustrerà a partire da metà maggio si dimostreranno solidi, quello che si è aperto oggi a Roma potrebbe essere un processo essenziale per capire le articolazioni della pirateria somala, diventata industria criminale internazionale dopo una lunga incubazione come “autodifesa” delle comunità locali di pescatori contro l’invasione di pescherecci stranieri e il traffico di rifiuti tossici.

La foto è di Stefano Montesi



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