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MARE CHIUSO, UN DOCUMENTARIO SUI RESPINGIMENTI

Stefano Liberti e Andrea Segre raccontano il viaggio di 200 migranti respinti dall'Italia e rispediti nelle prigioni libiche.

Enzo Mangini

Mercoledi' 14 Marzo 2012
Il 25 febbraio scorso l’Alta corte europea per i diritti umani ha condannato l’Italia a risarcire 24 persone, migranti eritrei e somali, con 15 mila euro ciascuno. Il reato commesso dall’Italia è quello di “respingimento collettivo”. Condannata, dunque, è stata tutta la politica dei respingimenti in mare inaugurata a maggio del 2009 con grande enfasi e squilli di trombe dall’allora ministro dell’interno Roberto Maroni sulla scia del famigerato Trattato di amicizia italo-libico firmato pochi mesi prima da un ossequioso Silvio Berlusconi e un ancora tracotante Muhammar Gheddafi.
Dietro quella sentenza, che è un precedente importante non solo per l’Italia ma per tutta l’Europa, ci sono storie individuali, persone, raccontate nel documentario «Mare Chiuso» di Andrea Segre e Stefano Liberti, realizzato con il patrocinio della sezione italiana di Amnesty Internationale e dell’Unhcr. «Sarebbe stato impossibile realizzare questo documentario senza l’aiuto, la partecipazione delle persone che hanno subito sulla propria pelle quel respingimento - hanno detto i registi presentando il film in un’affollata conferenza nella sede dell’Associazione stampa estera, a Roma - E la cosa più bella della loro disponibilità è che non era dettata solo dalla voglia di giustizia, ma anche dal desiderio di impedire che ci fossero altri casi come il loro».
I fatti sono semplici e drammatici, raccontati dalla viva voce dei protagonisti: un gruppo di 200 migranti, somali ed eritrei, fuggiti attraverso il Sudan e la Libia, riesce finalmente a imbarcarsi per l’Italia. Passano tre giorni in mare e quando vedono la nave Orione della Marina Militare piangono per la felicità. Per loro, però, non ci sarà alcuna accoglienza, nessun salvataggio in mare - nonostante le precarie condizioni di salute di alcuni, soprattutto donne. Arriva da Roma una telefonata che ordinai ai militari di caricare i migranti e riportarli a Tripoli, da dove molti erano scappati dopo essere passati attraverso le micidiali prigioni libiche e le torture dei poliziotti di Gheddafi. Maroni e Berlusconi difendono in tv questa scelta. Di più: Maroni ipotizza che questa pratica, vietata dalle leggi internazionali, possa diventare la norma della politica italiana di controllo delle frontiere marittime e anzi «dare l’esempio» per altri paesi europei. Tre anni dopo, invece, la Corte di Strasburgo ha dato ragione ai migranti e a quanti, Amnesty e Unhcr in testa, hanno sempre contestato la politica maroniana: quel respingimento è stato illegale, una violazione dei diritti umani. «Con questa sentenza la Corte di Strasburgo ha segnato un precedente importante - ha spiegato Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr - Proprio per il rilievo politico che il governo italiano aveva scelto di dare a questa vicenda».
Riccardo Noury, presidente della sezione italiana di Amnesty, nel suo intervento ha sottolineato un aspetto delle relazioni italo-libiche che hanno portato alla firma di quel trattato e dunque ai respingimenti: «La responsabilità non è solo del governo Berlusconi. C’è stato un cambiamento di stile, certo, ma molti altri hanno stretto la mano che Berlusconi ha baciato». Ed è stata questa lunga rincorsa a consentire che il Trattato di amicizia fosse approvato in parlamento con una maggioranza dell’87 per cento dei voti. «Dopo la sentenza di Strasburgo si tratta di capire se in capo all’ex ministro Maroni si possano ipotizzare anche responsabilità penali», ha detto il senatore Marco Perduca (Radicale), intervenuto alla conferenza anche per ricordare che le intese firmate dal governo Monti con il governo di transizione libico non sono ancora state rese note in ogni dettaglio, in particolare proprio per capire che fine faranno gli accordi sul rimpatrio forzato dei migranti. «Con la vecchia Libia non avremmo dovuto firmare alcun accordo sul respingimento - ha detto Boldrini - Con la nuova Libia non possiamo ancora firmare alcun accordo, fino a che la tutela dei diritti umani non sarà garantita».
La storia dei migranti a bordo di quel barcone rispedito in Libia, invece, non è ancora finita. Solo 24 su 200 hanno partecipato alla causa contro il governo italiano e ora si tratta di rintracciare gli altri per ottenere anche per loro lo stesso risarcimento, che di certo non ripaga delle sofferenze subite nelle mani della polizia libica dopo che la Marina li ha riconsegnati. Alcuni di loro vivono dal marzo 2011 nel campo profughi di Shousha, in Tunisia, dove assieme a migliaia di altri migranti africani si sono rifugiati quando in Libia è scoppiata la rivolta poi diventata guerra. Braccati dai loro carcerieri e dalle milizie del Cnt che sospettavano (e spesso uccidevano) gli africani non libici perché sospettati di essere mercenari, aspettano tra le tende del deserto tunisino che l’Italia dia seguito alla sentenza di Strasburgo e, oltre al risarcimento, gli riconosca oggi la protezione umanitaria che gli ha negato tre anni fa.

Il sito del documentario



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