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PLEBISCITO ANTI PRISTINA SULLA VIA SERBA ALL'UE 17/02/12

I 40 mila serbi del nord del Kossovo votano nel referendum auto-organizzato per dire no alle istituzioni di Pristina. Un esito scontato che mette in difficoltà Belgrado. L'8 marzo vertice Italia-Serbia.
(Nella foto di Andrea Provvisionato, una barricata sul ponte sul fiume Ibar, a Kosovska Mitrovica).

Enzo Mangini

Venerdi' 17 Febbraio 2012
«Accettate le istituzioni della cosiddetta Repubblica del Kosovo?» E’ stata questa la domanda a cui hanno risposto i circa 40 mila serbi concentrati in quattro municipalità nel nord del Kosovo in due giorni di referendum auto-organizzato che si è chiuso mercoledì sera. I risultati diffusi ieri hanno rispettato i pronostici: il 99,7 per cento di quanti sono andati a votare a Leposavic, Zubin Potok, Zvecan e nella parte nord di Kosovksa Mitrovica, la città divisa, hanno detto “no”. L’affluenza, dopo mesi di tensioni, barricate e proteste contro i tentativi delle autorità di Pristina di rendere effettivo il confine internazionale tra Kosovo e Serbia, non poteva che essere alta, oltre il 75 per cento. La scelta del giorno del voto non è stata casuale: il 15 la Serbia ha celebrato la sua festa nazionale e oggi cade il quarto anniversario della dichiarazione d’indipendenza di Pristina, atto di nascita di uno stato molto gracile, nonostante il riconoscimento internazionale di 87 paesi dell’Onu, tra cui 22 dei 27 membri dell’Ue. Sospesi, dunque, tra Belgrado e Pristina, e non solo simbolicamente.
Il referendum non era riconosciuto né dall’Unmik, la missione Onu che di fatto amministra il Kosovo, né tanto meno da Pristina, ma i problemi principali li crea a Belgrado, dove è già partita la campagna elettorale per il voto che sarà entro il 6 maggio. La coalizione di governo, guidata dal Partito democratico del premier Mirko Cvetkovic deve rimontare: i dati dei sondaggi indicano che il Ds è fermo al 25 per cento, mentre il Partito progressista serbo (Sns) di Tomislav Nikolic, oggi all’opposizione, potrebbe arrivare al 32. Nessuno dei due partiti, però, avrebbe la maggioranza in parlamento, con la conseguenza che diventeranno determinanti le alleanze con i tre partiti (Liberal democratico, Socialista e Serbia unita) accreditati tra il 9 e il 10 per cento.
Tadic è in affanno soprattutto per i guai dell’economia - la disoccupazione, secondo i dati ufficiali, è al 25 per cento - e spinge sull’acceleratore in vista del voto soprattutto sul tema che ha caratterizzato la politica sua e del Ds: l’avvicinamento all’Ue. Una rotta su cui lo scoglio Kosovo continua ad affiorare nonostante i tentativi di Belgrado di farlo passare in secondo piano grazie gli innegabili progressi fatti dalla Serbia in molti campi, dalla collaborazione con il tribunale dell’Aja (ultimo atto, l’arresto di Ratko Mladic) agli investimenti esteri (Fiat a Kragujevac, Benetton a Nis, e poi Swarowski, Bosch e via dicendo).
La Serbia spera di ottenere lo status ufficiale di “paese candidato” entro le prossime settimane, magari prima del voto. L’Italia si sta impegnando molto in questa direzione e non ne fa mistero. Se ne parlerà di nuovo a Belgrado l’8 marzo prossimo, nel secondo vertice italo-serbo, dopo il primo che nel 2009 ha portato alla firma di un accordo di Partenariato strategico che ha favorito la crescita degli scambi bilaterali. Oggi l’Italia è il secondo paese di destinazione dell’export serbo e il terzo paese per le importazioni. Nella capitale serba, alle prese con la coda di una ondata di freddo che ha fatto comparire blocchi di ghiaccio sul Danubio, sono attesi sia il presidente del consiglio Mario Monti che il ministro degli esteri Giulio Terzi. In questo quadro, il voto del nord del Kosovo è stato un memento tanto inopportuno quanto inevitabile: Nato, Unmik e Ue non hanno trovato il modo di conciliare il fatto compiuto di un Kosovo indipendente con la lettera della risoluzione Onu 1244 che chiuse il conflitto del 1999 e tutela l’integrità territoriale della Serbia. Lo stallo si traduce in una situazione insostenibile per i serbi del nord del Kosovo, sospesi tra l’isolamento e un precario autogoverno. Un limbo utile solo a nutrire il rancore nazionalista sulle due rive dell’Ibar, il “confine” interno, e a sostenere gli argomenti di quanti nell’Ue (Berlino innanzi tutto, secondo discrete fonti diplomatiche) sono contrari lanciare a Belgrado una cima per uscire da un guado politico durato così a lungo da sembrare una punizione contro un paese che ha invece avuto più coraggio di altri nell’ammettere le proprie responsabilità nelle tragedie degli anni novanta.


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