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UNA DISPERATA VITALITA'.IL PASOLINI DI FABIO MORGAN 2/2/12

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UNA DISPERATA VITALITA'.IL PASOLINI DI FABIO MORGAN 2/2/12

Con Superstar il regista romano mette in scena lo sdoppiamento di Petrolio e firma uno spettacolo dove l'eccesso è ad un tempo stile e materia poetica, ma anche un modo per rileggere il romanzo politico italiano, da Enrico Mattei a Silvio Berlusconi, riscoprendo quanto i deliri dell'immaginazione possano essere più profetici dei teoremi del realismo. Da Roma lo spettacolo sbarca oggi a Milano

Attilio Scarpellini

Giovedi' 2 Febbraio 2012
Che un artista che di cognome fa Morgan organizzi una rassegna di “drammaturgie corsare” come quella che si è da poco chiusa al Teatro dell’Orologio di Roma potrebbe essere solo un divertente ammiccamento. Ma se in quella rassegna presenta un suo spettacolo su Pier Paolo Pasolini intitolato Superstar, l’intenzionalità dell’accostamento diventa troppo evidente per non imporsi come una firma svolazzante. Fabio Morgan, del resto, fa della ridondanza una delle principali armi retoriche di un teatro, il suo, dove tutto ciò che è nascosto deve essere sviscerato, ma non secondo un dispositivo di trasparenza e di denuncia civile, bensì attraverso un’ostensione barocca in cui anche il segreto – il sordido segreto del potere italico – diviene un’emulsione gloriosa ed eccessiva o come direbbe lui, un Colossal kitsch. La proiezione di Petrolio che ha firmato con Leonardo Ferrari Carissimi e Andrea Carvelli, una volta calata sulla scena della Sala Orfeo si divide in due schermi divergenti che formano una specie di grandangolo, uniti al centro da una teca trasparente dove appare l’ombra di una testa, una statua parlante e sentenziosa. Mentre su uno dei due schermi vanno in onda allegorie filmate, sull’altro, o più precisamente dentro di esso, in una nicchia scavata sul palcoscenico, nell’utero di un ufficio che cambia e resta sempre uguale, si inscena una confessione che coinvolge alcune maschere della tragicommedia politica italiana: il petroliere Eugenio Cefis, il dominus politico Giulio Andreotti, un generale golpista, un capo mafia in cui non è difficile intravedere Totò Riina, il tycoon televisivo Silvio Berlusconi che si appresta a scendere in campo. L’allegoria cinematografica è traslucida e muta, l’interno teatrale è soffuso e loquace: tra i due livelli dell’immagine, tra la wunderkammer e il kammerspiel, corre un’unica figura, contemporanea di tutte le trame e di tutti gli intrighi, quella del protagonista di Petrolio, l’ambiguo e mimetico Carlo Valletti, interpretato dallo stesso Morgan, chiuso per lo più nel silenzio umiliato dei burocrati votati al servizio devoto del vecchio potere (quello dell’Eni e della D.C.) ma continuamente intento a masturbarsi nei quadri filmati. Di solito, la presenza dei video sulla scena ha un effetto di distrazione e di diversione rispetto a quello che accade qui ed ora, nel vivo dell’evento teatrale, soprattutto quando l’immagine tecnologica è usata per sdoppiare o raddoppiare quella scenica – basta un solo primo piano per schiacciare un intero spettacolo sotto l’indebita potenza visionaria della settima arte e dei suoi derivati. Ma c’è nella qualità dell’immagine realizzata da Morgan per le sue allegorie visive qualcosa che per paradosso ricorda il contrario: i tableaux vivants ispirati alla pittura di Rosso Fiorentino e del Pontormo che proprio Pasolini aveva introdotto ne La ricotta, un manierismo della visione che ne enfatizza immediatamente la teatralità, l’ artificio, l’ essenza di messa in scena. C’è, di nuovo, un eccesso, questa volta pittorico – nella scelta ad esempio di immagini che non hanno alcuna profondità, ma sono costruite su fondali visibilmente posticci – a cui sul lato opposto, nelle celle teatrali di una burocrazia gesuitica, risponde il colore eccessivo di una recitazione parodica accentuata fino alla caricatura che forse è la parte più debole dell’affresco, quella in cui il potere sta già per evolvere (e per involvere) nell’idiosincrasia del carattere televisivo: se di Cefis non possiamo ricordare la voce – come di molti altri uomini in ombra della prima repubblica- con Andreotti siamo già a Noschese, ma con Berlusconi soltanto a Berlusconi. Sulla scena di Superstar, Carlo Valletti è un Barthelby al contrario, un eroe dell’acquiescenza che risponde “Accetto!” a ogni rilancio del delirante “romanzo delle stragi” che dal cuore di Petrolio (cioè dal cuore di un’opera primitiva, informale, abbozzata, e dunque ancora affacciata sull’infinito delle potenzialità) si dipana, appunto dopo appunto, nella forma di una profezia che, per l’ennesima volta, respinge al mittente l’onere della prova. La regia di Morgan, infatti, la dimostra nel surrealismo della visione, sontuosa e degradata a un tempo (c’è qualcosa di spagnolesco in questo giovane artista), nella farsa e, infine, nella mimesi poetica che sgorga dalla testa parlante sistemata al centro della scena: un pastiche pasoliniano così ben congegnato dal confondere lo spettatore, anzitutto per quella voce perfettamente imitata all’inizio (ad animarla è sempre il ventriloquio di Morgan) che ci indurrebbe a scambiare per una registrazione originale quella che invece è una riscrittura sapiente ma tendenziosa. E’ la deriva più estrema dello spettacolo: montare echi e frammenti della “voce di Pasolini” per delineare in controluce la più misteriosa delle trame, quella ordita da una soggettività poetica che, impossibilitata a vivere in una condizione di genocidio culturale, costruisce con una morte ritualmente preparata – è la nota tesi di Giuseppe Zigaina -la propria consacrazione da star (anzi da “Superstar”, come il Cristo di Norman Jewison). Che è un altro modo per moltiplicare la luce auratica, vicina e lontana, che la stella morta di Pier Paolo Pasolini continua a riversare su un paesaggio culturale che è insieme la conferma dettagliata delle sue intuizioni e la negazione sistematica del suo universo poetico. Per confermarla senza esaurirla: qualunque teorema, qualunque ipotesi di complotto, appare finalmente inferiore alla potenza di verità che ne ha irradiato le schegge - qualunque realismo è messo a disagio dall’istrionico partito preso di Superstar. Almeno fino alla metamorfosi finale, quando dal corpo dimesso di Carlo esce l’ectoplasma glorioso del cavalier Berlusconi che, dietro la scrivania, annuncia il suo ingresso in politica. Qui si celebra il distacco (e la caduta) da ogni possibile retroscena: non c’è più alcun mistero da immaginare, e neanche da allegorizzare, nella ridondanza di un potere che si identifica a tal punto con la propria immagine dal suggerire che la copia abbia definitivamente rimpiazzato l’originale. Non si può deformare il già deformato o imitare ciò che si presenta a sua volta come un’imitazione, il leader che è (stato) anche il clown di se stesso. Sulla superficie dell’icona berlusconiana il teatro non ha presa, non può che scivolare o rimbalzare. Berlusconi è il Brillo Box della politica italiana. A Fabio Morgan, infatti, non resta che aprire la porta che divide la sagrestia dalla sala e farne uscire l’infaticabile Emiliano Reggenti, per poi presentarsi di persona con la sua figura allampanata (che un po’ ricorda il genio presuntuoso e paranoide di Salvador Dalì), a raccogliere gli applausi per uno spettacolo che persino gli errori riescono a rendere memorabile. Dove tutto ciò che si presenta sdoppiato - la bellezza e il kitsch, la pazienza dello studio e l’arroganza dell’intuizione, la patina dell’immagine e la visceralità della recitazione - finisce con il ricongiungersi sotto la “disperata vitalità” dell’incrollabile, e quasi inattuale, volontà artistica che l’ha prodotto.

SUPERSTAR
Da Petrolio di Pier Paolo Pasolini, regia di Fabio Morgan, scritto da Fabio Morgan, Leonardo Ferrari Carissimi, Andrea Carvelli; con Fabio Morgan ed Emiliano Reggente; scene e costumi di Alessandra Muschella; diseTel. gno luci di Andrea Carvelli. Una produzione di CK (Colossal Kitsch) Teatro.
Da oggi a sabato all’Area Pergolesi di Milano (info e prenotazioni: 02 78624770)



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