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Una mezza dozzina di memebri di Ong finanziate con denaro americano cercano rifugio nell'ambasciata stellestrisce. Che pare le porte. Temono di essere arrestati dalle autorità egiziane

Mercoledi' 1 Febbraio 2012

L'Egitto è ancora nella bufera. Alla notizia che il Comitato consultivo, creato dal Consiglio militare egiziano per la gestione della transizione al potere civile, ha proposto che le presidenziali siano anticipate al 16 maggio, ossia di un mese rispetto a quanto fissato dai generali, pessimi segnali arrivano dall'autorità di transizione. Tra queste (alla proposta del Comitato i generali non hanno ancora risposto) anche una stretta alle organizzazioni non governative straniere che appoggiano il movimento di Piazza Tahrir o che sostengono o fanno consulenza alle formazioni politiche progressiste egiziane. Tanto da aver spinto alcuni tra i loro membri a chiedere rifugio all'ambasciata americana. Una mossa originata, tra l'altro, dalle preoccupazioni sollecitate da una sorta di lista nera di americani che non devono lasciare il paese e che correrebbero il rischio di esser arrestati.

E' l'ennesimo capitolo che si aggiunge a una situazione di tensione che ha visto ieri nuove manifestazioni in diverse aree del Paese che chiedono al Consiglio dei generali di velocizzare il passaggio di consegne dall'autorità militare a quella civile. Al Cairo i manifestanti si sono dati appuntamento davanti al parlamento.

Che un'ambasciata apra i battenti per ospitare i cittadini del proprio Paese non è un rituale ordinario. Il gruppetto di appartenenti a Ong americane ha però trovato rifugio con facilità nella sede diplomatica stellestrisce dove gli “ospiti” contano di rimanere sino a che non saranno scuri di avere il permesso di lasciare il Paese. Secondo diverse fonti, non c'è una minaccia palese ma evidentemente il timore di essere bloccati all'aeroporto e di essere arrestati ha consigliato ai non governativi di chiedere asilo al governo, che di solito consente l'ospitalità in ambasciata solo per motivi ritenuti gravi e reali.

Tra gli attivisti pro democratici c'è anche Sam LaHood, direttore al Cairo dell'ufficio dell'International Republican Institute (Iri), finanziato con denaro statunitense. E' tra coloro, almeno una mezza dozzina, che rientrerebbero nella lista nera che vieta di lasciare l'Egitto (ed è tra l'altro il figlio dell'ex parlamentare repubblicano, ora ministro dei Trasporti di Obama, Raymond “Ray” LaHood). Non è tutto.

Il mese scorso le autorità egiziane sono andate senza troppi preamboli negli uffici di diverse Ong finanziate dagli Usa ( l'Iri, National Democratic Institute, Freedom House.) facendo capire che stava arrivando la stretta: una svolta trasformatasi in un'inchiesta penale della magistratura che ha portato al fermo, per un giorno, dello stesso LaHood. La tensione ha cominciato a salire, trasformando la querelle tra egiziani e non governativi americani in un caso politico tra Washington e Il Cairo. L'esistenza della lista nera è di qualche giorno fa e non ha fatto che complicare le cose, tanto che domenica scorsa una delegazione di generali egiziani è arrivata a Washington proprio per discutere la linea dura contro le Ong che ha suscitato forti reazioni al Congresso, tanto da mettere a rischio l'aiuto militare che ogni anno Washington eroga al Cairo (1,3 miliardi di dollari circa).
Sul fronte delle misure restrittive va poi segnalato che nel Consiglio militare è stato silurato il responsabile per l'informazione, generale Ismail Etman, ritenuto troppo morbido con i media che hanno “danneggiato” in questi mesi l'immagine dell'esercito.

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