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DONNE, MUCCHE E PETROLIO. REPORTAGE DAL SUD SUDAN 25/1/12

In questa zona del mondo, tradizioni secolari relegano le donne alla condizione di oggetto di scambio, prive di diritti e di volontà, sebbene siano loro i pilastri delle comunità che provvedono alla casa e alla famiglia, custodi della cultura e delle usanze

Testo e foto di

Sonia Grieco

Mercoledi' 25 Gennaio 2012

Bor (Sudan meridionale) - La voce femminile alla radio, in maniera un po’ pedante, parla dei diritti delle donne e della violenza domestica. Spiega con esempi i principi di uguaglianza tra i sessi e come comportarsi in caso di maltrattamenti e di abusi. Poi il programma informativo si interrompe e parte Peter Tosh che, assieme a Bob Marley, è uno dei volti più presenti sulle pareti dei caffè e dei ristoranti sudsudanesi gestiti da etiopi. Ma c’è anche chi espone Hailé Selassié.
I programmi divulgativi sulla violenza di genere alternati alla musica sono il sottofondo di questo viaggio attraverso la savana, dalla capitale sudsudanese Juba a Bor, capitale del Jonglei, quasi 200 chilometri su una pista di terra disseminata di buche, che nella stagione secca si percorre in cinque ore, ma quando piove diventa un pantano e si impiega anche più di un giorno. Dalla fine della guerra, nel 2005, il Sud Sudan sta crescendo, ci sono grossi investimenti edili, soprattutto nella capitale che negli ultimi sei anni sta cambiando volto e, secondo le stime, ha più che raddoppiato la sua popolazione (da circa 160.000 del 2005 a 370.000 nel 2011). Le infrastrutture, però, sono pochissime e malridotte e questo è un ostacolo enorme allo sviluppo economico e sociale in un Paese ancora in emergenza umanitaria, dove una strada impraticabile per settimane significa mercati vuoti e aumento dei prezzi dei beni di prima necessità (cibo e carburante).

Due settimane contro la violenza di genere

Siamo nel pieno dei 16 giorni di attivismo proclamati dalla Nazioni Unite contro la violenza di genere (‘Dalla pace in casa alla pace nel mondo’) iniziati il 25 novembre 2011. Ci sono state grandi cerimonie; una processione organizzata dal ministero delle Pari Opportunità e dell’Infanzia; iniziative delle ong e delle agenzie dell’Onu nelle scuole e nelle parrocchie; cartelloni pubblicitari; una massiccia campagna informativa in tv e in radio. C’è stata una grossa mobilitazione e hanno aderito quasi tutti i dieci Stati del Sud Sudan, a eccezione dell’Equatoria occidentale perché pare che il governo locale abbia giudicato insufficienti i fondi stanziati dai donatori, cioè dalle agenzie e dalle organizzazioni internazionali. Questa è la spiegazione non ufficiale che danno alcuni operatori umanitari, delusi da certe strumentalizzazioni che oscurano l’impegno di tante persone che vogliono dare a questo Stato, nato il 9 luglio 2011, la possibilità di essere una nazione africana autonoma e forte, con una reale cultura del rispetto dei diritti umani.
In Sud Sudan tradizioni ataviche relegano le donne alla condizione di oggetto di scambio, prive di diritti e di volontà, sebbene siano loro i pilastri delle comunità: provvedono alla casa e alla famiglia; coltivano i campi; si alzano all’alba per andare a prendere acqua e cibo; sono le custodi della cultura e delle usanze; per strada non ne incontri una che non abbia un fardello sulle spalle o in testa. Durante i 21 anni di guerra civile tra Nord e Sud -terminata con gli accordi di pace del 2005 (Comprehensive Peace Agreement-CPA) che hanno aperto la strada all’indipendenza della Repubblica del Sud Sudan- sono state vittime di violenze atroci che hanno segnato alcune di loro in maniera indelebile -tante donne soffrono di alcolismo e quelle che hanno subito stupri sono emarginate- oltre a lasciare nelle strade e negli istituti sudsudanesi decine di orfani. Sono state anche combattenti e per questa ragione i CPA hanno previsto una quota rosa del 25 per cento nella pubblica amministrazione e in effetti molte donne hanno incarichi di governo, ma questo non ha cambiato la condizione di cittadine di seconda classe della maggioranza della popolazione femminile del Sud Sudan.

Chi applica la legge

Danielle Spencer, coordinatrice nazionale del programma GBV-Gender Based Violence- dell’American Refugee Council (ARC), ha fiducia che le cose possano cambiare: “La violenza di genere è un problema enorme e la polizia non è sempre preparata ad applicare le leggi che pure ci sono, come quella per evitare i matrimoni precoci (Child Protection Law del 2008 che fissa a 18 anni l’età per sposarsi, n.d.r.). Ma il fatto che siano state varate leggi ispirate a quelle internazionali è un enorme passo in avanti, ci sono stati cambiamenti negli ultimi anni, ma il cammino è molto lungo e ci vorrà tempo anche perché il Sud Sudan sta affrontando molte difficoltà, come la recrudescenza dei conflitti interetnici”.
I principi di parità tra sessi propagandati sui media e nelle cerimonie non riescono a sradicare usanze e tradizioni, mentre la legislazione a riguardo non è ben definita e, quando lo è, spesso resta inapplicata. La customary law (la legge consuetudinaria) guida la condotta sociale, in particolare nelle aree rurali, e questo significa che tante donne si sposano molto giovani, quasi bambine, e quindi abbandonano presto gli studi; i genitori non mandano a scuola le figlie perché temono che resteranno incinta; le donne neanche concepiscono l’idea di denunciare maltrattamenti domestici, stupri o violenze perché spesso gli è negata assistenza medica e questo, inoltre, le espone al rischio di contrarre malattie, come l’Hiv. Anzi, la condizione di vittima spesso si ribalta in quella di colpevole e sono numerosi i casi di ragazze arrestate perché sono state violentate o hanno denunciato abusi. Pagano per crimini che hanno subito, in base a leggi non scritte che regolano una realtà davvero lontana da quella auspicata dagli annunci radiofonici.

Da vittime a colpevoli

Il commissariato di Bor sembra una caserma a cielo aperto: gli agenti siedono in gruppo sotto gli alberi e sorseggiano acqua o soda mentre chiacchierano. Il centro di detenzione temporanea femminile è una baracca di lamiera di pochi metri quadrati infuocata dalle temperature torride della tarda mattinata, con un televisore e altri rottami tecnologici accatastati contro una parete, tre zanzariere appese al soffitto, un materasso e due stuoie che occupano tutta la larghezza della stanza che non ha inferriate e la cui porta è aperta. Ci sono sette donne, tutte giovani. Aspettano qui per alcuni giorni, al massimo una settimana, la convocazione davanti al giudice. Sono annoiate, non fanno nulla tutto il giorno tranne che andare a prendere l’acqua la mattina e rassettare un po’ la stanza. E poi restano sedute nella baracca, sotto la sorveglianza delle poliziotte. Mary ha 20 anni, è arrivata a Bor un anno e mezzo fa dall’Equatoria occidentale per lavorare, voleva fare abbastanza soldi da aprire un albergo assieme all’amica Ajio, 23 anni, anche lei dell’Equatoria occidentale. Invece sono state arrestate insieme in una stanza d’albergo perché, dicono, Mary è incinta ed è stata accusata di avere tentato di abortire e Ajio di essere sua complice, ma entrambe negano. Adesso la polizia sta cercando il padre del bambino che Mary porta in grembo, ma lei non spiega il perché e come questa cosa possa aiutarla al processo. In Sud Sudan l’aborto non è neanche contemplato, è uno dei tabù che circondano la vita delle donne, come la prostituzione di cui semplicemente non si parla, anche se negli alberghi si vedono le ragazze in attesa dei clienti. Probabilmente anche Mary e Aijo si prostituivano per mandare i soldi a casa dai genitori dove dicono di volere tornare e dove vivono i loro figli (Ajio ha un bambino di 4 anni e Mary una bimba di 2 anni) avuti da uomini con cui non hanno più alcun contatto. Nessuna delle due, però, ha idea di quando potranno farlo, non sanno dire come potrebbe finire il loro processo e non hanno incontrato un legale, soltanto gli operatori della ong italiana Intersos che periodicamente fanno visita al centro. “Controlliamo le condizioni delle detenute, raccogliamo informazioni e gli diamo un sostegno psicologico”, spiega Nicola Marcato, responsabile Protection di Intersos.
Mary e Ajio sono sole, senza soldi e senza una minima idea di come tirarsi fuori dai guai. La povertà le ha spinte a cercare lavoro a Bor o forse è stato qualcun altro a portarle qui. Si incontrano tante ragazze come loro in Sud Sudan, nei bar e negli hotel. Molte giovani donne sono arrivate qui da altri Paesi dell’Africa con la speranza di costruirsi una vita migliore, pensando di potere avere un’opportunità, di potere studiare e magari farsi una famiglia, ma senza in realtà sapere assolutamente nulla di quello che avrebbero trovato qui e finiti i soldi il viaggio termina in alberghetti sudici.

Donne, mucche e petrolio

Il Jonglei è il territorio degli statuari dinka -hanno combattuto in prima linea nell’Spla (Sudan People Liberation Army) per l’indipendenza del Paese e adesso siedono nei posti chiave del governo-, poi ci sono i murle e i lou nuer e tra queste popolazioni ci sono antiche rivalità per la terra e per il bestiame, acuitesi dopo l’indipendenza. Per sposarsi un dinka deve dare alla famiglia della sposa almeno 30 mucche, questo è il prezzo minimo, poi una donna può valerne anche di più e comunque un uomo di solito ha più di una moglie. Ma sono le mucche la cosa più preziosa, un proverbio locale lo spiega bene: ‘Vale più una mucca viva di una morta, perché con una mucca ci vivi tutta la vita’.
La guerra ha lasciato il Paese in condizioni di sottosviluppo, ha fatto quasi due milioni di morti e quattro milioni di profughi e, spiegano gli allevatori, ha decimato il bestiame, quindi adesso bisogna ricostituire le mandrie, cioè comprare le mucche. Oppure rubarle (cattle-raid), come accade di frequente nel Jonglei dove dopo l’indipendenza si sono riaccese le rivalità tra le etnie che popolano lo Stato. La faida ha già fatto centinaia di vittime: nelle ultime settimane del 2011 nel distretto di Pibor almeno 6.000 combattenti lou nuer hanno iniziato ad avanzare verso le aree dei murle, hanno raso al suolo interi villaggi, hanno bruciato i tukul (capanne in fango e paglia) con la gente dentro e hanno rubato il bestiame. È lo stesso copione che si ripete, con i murle e i lou nuer che si alternano nella parte dei carnefici in una spirale di violenza che ha insanguinato la contea di Pibor, a poche decine di chilometri da Bor: oltre 3.100 vittime, di cui oltre la metà sono donne e bambini. Una situazione di perdurante insicurezza che rende instabile un Paese che ha appena incominciato ad affrontare la sfida dell’indipendenza (cittadinanza, moneta, confini, amministrazione, infrastrutture), cui peraltro Karthoum non si rassegna, e sul cui territorio c’è un’abbondanza di risorse che fa gola a governi e a multinazionali di tutto il mondo. Per alcuni analisti i furti di bestiame non sono sufficienti a spiegare la recrudescenza degli scontri interetnici, dietro di cui ci sarebbero invece le mire sul controllo dei ricchi giacimenti del Jonglei.




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