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PAKISTAN, I MILITARI E LO SCONTRO TRA GOVERNO E GIUDICI 21/1/12

Analisi tra voci di golpe e incriminazioni. I difficili rapporti con gli Stati uniti e il caso afgano. Il protagonismo della Corte suprema (nell'immagine) tra un governo civile fragile e una casta in divisa che non si arrende ma si è modernizzata

Emanuele Giordana

Sabato 21 Gennaio 2012

Per ora la partita resta congelata sino all'inizio di febbraio. Allora Yusuf Raza Gilani, primo ministro del Pakistan, dovrà tornare davanti al tribunale supremo accusato di oltraggio alla corte per non aver richiesto alle autorità elvetiche, nel 2003, di indagare su controversi movimenti bancari in Svizzera riconducibili a tangenti pagate a Benazir Bhutto e a suo marito Asif Ali Zardari, attuale presidente in carica.
La cronaca del caso, ormai più politico che giudiziario, è lunga e tortuosa: nel 2008 la Svizzera aveva chiuso le indagini su richiesta del Pakistan per via dell'amnistia concessa nel 2007 a Zardari e sua moglie da Musharraf, il generale golpista all'epoca capo dello Stato, per lasciarli tornare dall'esilio. Ma nel 2009 la Corte suprema aveva dichiarato incostituzionale l'amnistia, rimbalzando la palla al governo pachistano e facendo diventare il caso Zardari l'ennesimo tallone d'Achille del nuovo fragile governo diretto da Gilani, adesso sotto accusa. Convocato dalla Corte il 19 gennaio scorso, Gilani si è difeso sostenendo di non aver voluto chiedere a Berna di riaprire il caso perché al presidente del Pakistan la Costituzione garantisce l'immunità. Ma se i giudici volessero andare a fondo e scegliessero anziché il proscioglimento addirittura l'arresto del premier o lo forzassero a dimettersi, allora le cose potrebbero davvero precipitare. Anche se in realtà precipitate lo sono già.

Gli osservatori sono concordi nel ritenere che, più che Gilani, la Corte suprema, diretta da un suo acerrimo nemico, il magistrato Iftikhar Muhammad Chaudhry, ce l'abbia con Zardari. Gilani potrebbe cavarsela o diventare l'agnello sacrificale per salvare Zardari. Ma anche aprire la strada all'impeachment del presidente, che dovrebbe poi vedersela con la giustizia svizzera e quella pachistana.
In realtà, come è apparso molto chiaro in questi anni, lo scontro è eminentemente politico. E non è (solo) tra magistrati e governo. L'altro grande attore sulla scena sono i militari: uno degli eserciti più potenti del mondo, non solo in effettivi e armamenti (il Pakistan ha l'atomica) ma anche nel controllo dell'economia, del territorio, in parte dei partiti politici e delle formazioni estremiste religiose. Spesso alleati dei mullah più radicali, i militari pachistani sono più che un'istituzione, un contropotere che, fino ad ora, non ha mai permesso a una legislatura civile di arrivare a fine mandato. Facendo finire la corsa, di solito, con un golpe. Un timore che, nelle ultime settimane, si è nuovamente affacciato sulla scena locale.

Per dirla con Christina Lamb, una reporter britannica espulsa dal Pakistan e autrice di un libro illuminante che il tempo non riesce a datare (Waiting for Allah, 1991), l'esercito è, con la schiera dei civil servant (i “But minister....” li chiama la Lamb) - ossia la numerosa casta dei funzionari pubblici- il vero governo del Paese. Di volta in volta l'esercito sceglie le sue alleanze, molte delle quali hanno i loro uffici nelle istituzioni pubbliche. Come nel caso della magistratura. Seppur per motivi diversi – gli uni per voler essere gli effettivi governanti del Pakistan e i difensori della sicurezza e dei valori del Paese dei puri, gli altri per voler far pulizia in una macchina politica che produce spesso inettitudine e corruzione – in questo momento sono strettamente alleati. La magistratura è anzi la leva che, in questa fase, i generali pachistani vogliono usare senza ricorrere al golpe. Se la Corte suprema obbliga i suoi nemici a dimettersi, è inutile sporcarsi le mani. Anche perché, ha spiegato Jason Burke sulle colonne del Guardian, il Pakistan non è più il Paese che si poteva condire via occupando la Tv di Stato per fare un proclama. Oggi tutti vedono anche canali satellitari indipendenti e sono meno propensi a sopportare uomini forti alla Zia Ul Haq o alla Musharraf. Ma, soprattutto, i militari sono preoccupati dalle possibili reazioni della comunità internazionale e, in particolare, degli americani. Gli uni e gli altri non tollererebbero più quanto hanno finora tollerato.

Il rapporto con gli americani è il vero nodo. Anche del dissidio col governo civile: inetto, forse corrotto, senza dubbio non in grado – non solo agli occhi dei militari – di difendere la sovranità del Paese, più volte violata dai droni inviati da Obama per colpire qaedisti e jihadisti nelle montagne delle aree tribali al confine con l'Afghanistan. Nel contempo però gli americani sono anche la garanzia di finanziamenti che in gran parte vanno ai militari. E restano una tutela nel caso gli indiani, i fratelli nemici di sempre, vogliano alzare il livello dello scontro, già costato diversi conflitti ai due Paesi. Infine c'è l'Afghanistan, strettamente collegato e interconnesso con tutto quanto riguarda la sicurezza nazionale del Pakistan. I pachistani, argomenta Ahmed Rashid, l'autore di “Caos Asia”, sono stati tagliati fuori dai negoziati a tre coi talebani: prima i colloqui erano solo tra americani e guerriglia in turbante ma poi l'Amministrazione, messa sotto pressione da Karzai, ha imbarcato anche Kabul. Non Islamabad. Un affronto che né Gilani né Zardari hanno saputo gestire. A ciò va sommato l'operativo che in aprile ha chiuso il capitolo bin Laden e, da ultimo, il raid Nato che, in novembre, ha ucciso per errore 24 soldati pachistani alla frontiera e che ha portato alla chiusura dei passi di Chaman e Kyber attraverso cui passa un terzo dei rifornimenti alle truppe Isaf-Nato in Afghanistan. Passi dove, attualmente, stazionano in attesa di luce verde almeno 700 container bloccati da Islamabad (Solo oggi Gilani ha dato un segnale di apertura per lo sblocco del flusso).

La goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha fatto saltare i nervi ai militari, già tesi per il caso Davis (un contractor della Cia che ha ucciso due pachistani nel gennaio del 2011), è stato però il cosiddetto “memogate”. Nell'ottobre scorso viene alla luce un memorandum nel quale il governo civile del Pakistan chiede aiuto a Washington paventando un golpe militare. Il memo è indirizzato all'allora capo di stato maggiore ammiraglio Mike Mullen e sotto accusa finisce l'ambasciatore di Islamabad a Washington. Per i militari è troppo: si fa strada nella loro testa l'ipotesi di alto tradimento.
Da quel momento in poi la tensione tra Washington e Islamabad si sposta nei palazzi della capitale pachistana da cui, per adesso, gli americani devono essere tenuti fuori. E' di qualche giorno fa la decisione di rifiutare la visita dell'inviato speciale americano per l'AfPak, Marc Grossman. Un fatto senza precedenti e che accade proprio mentre Grossman si reca a Kabul e nel Golfo per mettere a punto la possibile apertura di un ufficio politico dei talebani in Qatar. Mossa da cui Islamabad è stata esclusa.

I militari rispondono al momento a due figure chiave: al generale Ashfaq Parvez Kayani, a capo delle forze armate, e al generale Ahmad Shuja Pasha, che dirigi l'Isi, i servizi di sicurezza più potenti dell'apparato dell'intelligence pachistana. Quelli messi sotto accisa per l'appoggio più o meno diretto a qaedisti, jihadisti e talebani sempre per fini di sicurezza nazionale. Ma i generali pachistani non sono più quelli dell'epoca di Zia Ul Haq. Sono “moderni”. Non nel senso dell'élite occidentalizzante rappresentata da Zardari e Gilani, ma nel senso che tengono in conto l'opinione di quei segmenti di popolazione urbana che rappresentano una nuova borghesia modernista e non bigotta, anche se abbastanza conservatrice in materia religiosa, poco incline a colpi di testa da parte degli uomini in kaki. Un equilibrio difficile ma che potrebbe vederli tornare protagonisti se si muovono con accortezza. In questo momento favoriti da una scena che vede in difficoltà il governo civile nonostante Gilani abbia appena ricevuto un voto di fiducia dalla maggioranza del parlamento.
Non è lui che temono. Semmai l'ex cricketer Imran Khan, a capo di un piccolo partito di opposizione ma dato in testa ai sondaggi. Se Zardari e Gilani escono di scena e – pensano i militari - ci sarà un governo tecnico per indire nuove elezioni, ci sarà anche il tempo per nuove alleanze. Forse anche per aggiustare i giochi con Washington.


Questa analisi è stata preparata per AspeniaOnline



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