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BANJA KOVILJACA: PORTA GIREVOLE PER L'EUROPA 19/01/12

Migliaia di migranti, afgani e somali soprattutto, si arenano in Serbia nel loro viaggio verso l'Ue. Per loro, la speranza è il centro per richiedenti asilo di Banja Koviljaca, sulle sponde della Drina, al confine con la Bosnia.
Reportage dalla Serbia

Enzo Mangini

Giovedi' 19 Gennaio 2012

La sua vita sta in quattro fotocopie sgualcite. Abdullah Mohammed Aydari le apre e racconta: «Sono afgano, sono stato soldato nell’esercito di Najibullah e sono stato ferito in battaglia contro i mujahiddin. La mia famiglia è in Pakistan e io voglio andare in Italia o in Germania». E’ scappato dall’Afghanistan perché nel caos seguito al ritiro dei sovietici temeva la vendetta dei mujahiddin. Dopo dieci anni di Pakistan ha deciso, ormai non più giovane, di provare la via dell’Europa, come migliaia di altri afgani, attraverso l’Iran, la Turchia, la Grecia. Poi due possibilità: via mare, nascosti su un camion o in un container, verso l’Italia; oppure via terra, su per la Macedonia e la Serbia, verso l’Ungheria. Abdullah ha scelto questa strada e si è arenato qui, a Banja Koviljacia, Serbia.

Questa piccola località termale, quattromila abitanti sulle colline della Drina, al confine con la Bosnia, è diventata una tappa della rotta illegale verso l’Unione europea. Banja Koviljacia era famosa per due cose: le terme, frequentate dalla famiglia reale della “prima Jugoslavia”, tra le due guerre mondiali, e un bordello, rinomato in tutti i Balcani. Negli anni ottanta, invece, c’era un ufficio dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, l’Unhcr. Era uno dei punti di fuga per dissidenti cecoslovacchi, ungheresi, rumeni, nella Jugoslavia non allineata. Dopo la fine della Federacija sono stati i profughi serbi in fuga dalla sponda bosniaca della Drina ad accamparsi nel parco tra l’hotel Dalmazia e il vecchio bordello, ormai chiuso, dove Emir Kusturica ha girato alcune scene di “Papà è in viaggio d’affari”. Oggi sono centinaia di afgani e somali, ma anche pakistani, indiani, qualche arabo, a tirare il fiato nel Centro di assistenza per richiedenti asilo che l’Unhcr ha restaurato e tre anni fa ha dato in gestione al governo serbo.

«Ogni giorno è così. Ogni giorno alle 11 vengono qui per sapere chi è stato ammesso». All’ingresso, il direttore Robert Lestamajster spunta i nomi da una lista. Per qualcuno la risposta è positiva: «Torna oggi alle 3 e avrai il tuo posto». Gli altri riproveranno il giorno dopo. «Non posso fare più di così, siamo sempre pieni». Il centro ha 84 posti, che Lestamajster e il suo staff, cinque persone in tutto, cercano di gestire al meglio: «Metto assieme le famiglie, al terzo piano, e cerco di tenere assieme i gruppi nazionali: somali al secondo piano, afgani al primo». Non ci sono stati incidenti, assicura, ma è meglio non correre rischi. Chi arriva qui e fa domanda per lo status di rifugiato, ottiene un letto, tre pasti al giorno, assistenza medica. «Sappiamo che nessuno di loro completerà l’iter per rimanere in Serbia - ammette Lestamajster - Si fermano il tempo che serve per riposarsi, rimettersi in sesto, magari ricevere dei soldi. Poi ripartono. In tre anni abbiamo visto passare 1050 persone». Solo uno di loro è rimasto. Si chiama Saif, è iracheno, ed è disperato. Da tre anni aspetta di essere accolto come rifugiato, ma lo stato serbo, nonostante l’impegno del Commissariato governativo che si occupa dei richiedenti asilo, sta appena iniziando a capire come far funzionare la legge sul diritto di asilo, entrata in vigore ad aprile 2008, più per rispondere alle pressioni internazionali (Unhcr e Ue) che per convinzione.

Nessuno si aspettava, infatti, che ci fosse bisogno di una legge del genere. Invece, in tre anni, le richieste di asilo sono aumentate più che esponenzialmente. L’ufficio Unhcr di Belgrado dice che, dati alla mano, al 30 settembre 2011 sono state più di 2500. Nello stesso periodo del 2010 erano state 301. Un secondo centro per rifugiati, con 120 posti letto, lo gestisce la Croce rossa non lontano da Kragujevac e un terzo, con 500 posti dovrebbe essere aperto presto a Ruma, in Voivodina, in una vecchia caserma in disuso. Le stime ufficiose, tanto del governo quanto degli operatori umanitari, dicono che per ogni persona che fa domanda di asilo, ce ne sono almeno quattro o cinque che riescono ad attraversare il paese senza essere intercettate o senza aver bisogno di fermarsi prima dell’ultima frontiera, quella con l’Ue.

«Sanno benissimo dove andare - spiega Lestamajster, tra un controllo al registro presenze e una telefonata alla manutenzione caldaie - La Bosnia è qui a un chilometro e mezzo, ma nessuno hai mai provato ad andare lì. Tutti puntano a nord, verso l’Ungheria, e qualcuno verso la Croazia».
Il governo serbo fa quello che può. I due centri già in funzione costano, secondo i dati del Commissariato, circa 5 mila euro al giorno e in totale il bilancio 2011 prevede uno stanziamento di 1,1 milioni di euro per i richiedenti asilo. L’Ue, che pure aiuta la Serbia per i rifugiati interni, “ereditati” dalle guerre degli anni ‘90, non contribuisce in nulla, anche se è evidente che Banja Koviliacia è una porta girevole, per gli afgani e i somali oggi come per cecoslovacchi, rumeni e ungheresi negli anni ottanta.

Nell’ultimo anno, due fattori hanno complicato la situazione. Meno persone in fuga si fermano nella Grecia in crisi e attraversare il paese è diventato più facile. Il secondo fattore è che la sorveglianza sul confine ungherese è migliorata. Frontex, l’agenzia dell’Ue per il controllo delle frontiere, collabora con la polizia magiara, rifornita di visori notturni e sensori elettronici. La Serbia, quindi, è diventata una zona di risacca: chi rimbalza sul confine ungherese, si ferma qui, fino al prossimo tentativo, tra una settimana, un mese o due. «Fino all’anno scorso in media, le persone rimanevano un paio di mesi al massimo - racconta Lestamajster - Adesso qualcosa li rallenta, perché la media è raddoppiata». Così chi non trova posto nel centro, si arrangia come può. A Banja Koviljacia la popolazione è divisa. C’è chi sta facendo ottimi affari, con le centinaia di nuovi abitanti, affittando case altrimenti vuote o aprendo negozi di alimentari. L’unico internet caffè del paese va a gonfie vele, e il proprietario non gradisce domande o fotografie. La posta con le vecchie cartoline in bianco e nero è diventata un money transfer e davanti al cambio c’è una fila di esuberanti afgani e schive donne somale con gli hijab colorati. Chi non ci guadagna, protesta, con gli argomenti sentiti centinaia di volte altrove in Europa: sono troppi, non siamo pronti, non sappiamo come gestire, non c’è lavoro per noi... Soprattutto, sono “turchi”, cioè musulmani e invasori. Come quelli lì, in Kossovo, e come quegli altri, dicono i duri impauriti di Banja Koviljacia indicando la Bosnia oltre la Drina. Nell’espressione triste di Abdullah loro vedono soltanto e di nuovo l’eterno nemico.

La foto è di Andrea Provvisionato.


Sui rifugiati in Serbia, c'è anche questo articolo di Osservatorio Balcani



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