Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


PROCESSO MONTECRISTO: LA SENTENZA 28/11/12 (IN INGLESE)

MONTECRISTO HIJACK TRIAL. NEW HEARING IN ROME 26/10/12

CASO MONTECRISTO: LA TERZA UDIENZA CONTRO I PRESUNTI PIRATI SOMALI A ROMA 27/06/12

CASO MONTECRISTO: SECONDA UDIENZA A ROMA 15/05/12

A ROMA IL PRIMO PROCESSO CONTRO PRESUNTI PIRATI SOMALI 23/3/12

DOVE VANNO A FINIRE I SOLDI DEI RISCATTI PAGATI AI PIRATI SOMALI? LA RISPOSTA, PARZIALE, DI CHATHAM HOUSE

PIRATERIA SOMALA: L'UE PENSA A INTERVENTI ARMATI ANCHE A TERRA 11/01/11

LIBERATA LA PETROLIERA SAVINA CAYLYN. DA FEBBRAIO ERA NELLE MANI DEI PIRATI SOMALI 21/12/2011

TRIBUNALE ITALIANO PER I PIRATI DEL CORNO D'AFRICA 24/10/11

I PIRATI DELLA MONTECRISTO IN ARRIVO IN ITALIA 17/10/11

CRESCE IL BUSINESS DEI CONTRACTORS ANTI-PIRATI 12/10/11

LA CARESTIA IN SOMALIA SI AGGRAVA 05/09/2011

IL ROMPICAPO DELLA LOTTA ALLA PIRATERIA 21 APRILE 2011

BUCCANEER LIBERO, MA LA PIRATERIA RIMANE 11/08/09

SUORE RAPITE, NESSUNA NUOVA 12/11/08

DOVE VANNO A FINIRE I SOLDI DEI RISCATTI PAGATI AI PIRATI SOMALI? LA RISPOSTA, PARZIALE, DI CHATHAM HOUSE

La marina militare italiana ha arrestato altri undici somali sospettati del tentato sequestro della nave Valdarno. Intanto c'è chi si chiede che fine fanno i soldi dei riscatti.

Enzo Mangini

Mercoledi' 18 Gennaio 2012
Dove vanno a finire i soldi dei riscatti versati ai pirati somali? E’ una delle domande chiave per chi indaga sul fenomeno della pirateria contemporanea. Se la chiede Scotland Yard, la polizia britannica, che di recente ha creato una unità speciale con il compito specifico di rintracciare i flussi finanziari dei riscatti. Se la chiede il parlamento britannico, che all’inizio dell’anno ha pubblicato un rapporto sulla pirateria nel quale, tra le altre cose, chiedeva al governo maggiori sforzi per seguire le tracce del denaro. In Italia, se lo chiedono i magistrati come il sostituto procuratore Francesco Scavo, della procura di Roma, che indaga sui casi di sequestro che hanno coinvolto navi italiane. Il più recente, riuscito, quello della Enrico Ievoli, abbordata al largo dell’Oman il 27 dicembre scorso, con 18 uomini di equipaggio, di cui sei italiani.
Se lo sono chiesti anche i ricercatori della Chatham House, un think tank britannico specializzato in questioni internazionali, che pochi giorni fa hanno diffuso un rapporto frutto di una originale tecnica di ricerca.
Anja Shortland, autrice del rapporto, ha incrociato i dati provenienti dai mercati locali della zona settentrionale della Somalia, in particolare dal Puntland, la regione più interessata alle attività dei pirati, con le immagini prese dai satelliti. Il suo punto di partenza sono stati i dati di un recente rapporto dell’Onu, secondo cui il 50 per cento dei circa 70 milioni di dollari che nel 2009 sono stati versati per liberare navi ed equipaggi, è andato a mediatori internazionali. Il restate 50 per cento è stato distribuito tra i pirati stessi (30 per cento circa), le basi d’appoggio sulla terraferma (10 per cento) e “doni” alle comunità locali (un altro dieci per cento).
Le immagini satellitari, sia quelle diurne che quelle notturne, mostrano, secondo il rapporto Shortland, un aumento delle emissioni luminose e di CO2 delle città di Bosaso e Garowe, i principali centri del Puntland, dal 2000 ad oggi. Inoltre, l’area urbanizzata di Garowe è sostanzialmente raddoppiata tra il 2002 e il 2009, un segno certo di nuove attività economiche e nuovi fondi che arrivano nella regione. «E’ molto improbabile che le elites politiche del Puntland assumano misure decise contro la pirateria», scrive Shortland. Anche perché il business è in crescita, nonostante le difficoltà: secondo i parlamento britannico, nel 2011 sono stati pagati riscatti per un totale di 135 milioni di dollari.
Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, invece, le comunità costiere «hanno guadagnato poco dall’ospitare i pirati e potrebbero essere aperte a soluzioni negoziali che offrano alternative più attraenti». Non è una considerazione da poco, questa. L’Unione europea, infatti, entro fine gennaio attende dai comandanti della missione navale Atalanta una prima valutazione “tecnica” sulla possibilità di estendere all’entroterra le operazioni anti-pirateria possibilità che sarà discussa probabilmente nel grande forum internazionale sulla lotta alla pirateria che il governo di Londra sta organizzando per il mese di febbraio.
Tutti, dagli armatori agli ammiragli, dai ministri degli esteri agli operatori del settore, che la soluzione alla pirateria è sulla terraferma. Solo che, come sempre, le ricette divergono: da un lato, governi e marine militari sembrano sempre più propendere verso l’idea di blitz e incursioni “limitate” contro le tortughe sparpagliate sulla costa somala. Dall’altro, invece, esperti di relazioni internazionali e di cooperazione fanno notare che difficilmente aumentare la soglia di violenza porterebbe benefici ai traffici mercantili del Golfo di Aden, per non dire alle comunità locali somale, che rischiano di trovarsi di nuovo in mezzo ai combattimenti. L’alternativa, dunque, potrebbe essere proprio quella di individuare quali siano le zone che “subiscono” la pirateria (o quantomeno non ne ricavano i benefici che si potrebbe supporre) e iniziare da lì la ricostruzione di un tessuto economico e sociale che offra alternative alla rapina per mare. Quanto costerebbe? Sicuramente meno di quanto non costi tenere davanti alle coste del Corno d’Africa una trentina di navi da guerra divise in almeno tre forze navali. Per pattugliare quelle rotte, nel 2010 sono stati spesi più di due miliardi di dollari, mentre gli aiuti internazionali alla Somalia - compresi quelli per l’emergenza alimentare - ammontavano nel 2011 a meno di un miliardo e mezzo.
In attesa del lavoro degli investigatori per rintracciare il 50 per cento dei fondi dei sequestri che non diventano nuove case a Garowe o nuovi gruppi elettrogeni a Bosaso, è una informazione molto utile, perfino per i comandi militari, sapere una volta tanto dove non colpire.
Intanto, la Marina militare italiana ha messo a segno un altro “colpo”. A bordo della nave Grecale (nella foto della MM), che fa parte della missione navale Nato Ocean Shield, da ieri ci sono undici somali, sospettati di aver tentato di sequestrare la nave Valdarno. Il fallito abbordaggio è accaduto il 16 gennaio, a circa 250 miglia dalle coste dell’Oman. I pirati sono saliti a bordo ma l’equipaggio è riuscito a rifugiarsi nella “cittadella” blindata evitando così che i pirati assumessero il controllo della nave.
Gli undici somali si trovano in stato di fermo e domani si svolgerà l’interrogatorio di garanzia in videoconferenza. Assieme a loro ci sono tre yemeniti, a quanto pare parte dell’equipaggio di un dhow usato dai pirati come nave madre per i motoscafi coinvolti nell’abbordaggio della Valdarno. Se, com’è probabile, il fermo sarà confermato, gli undici presunti pirati dovranno poi essere trasferiti a Roma, dove già sono detenuti in attesa del rinvio a giudizio, altri quattordici somali arrestati in connessione con il fallito sequestro della nave Montecristo


Scarica il rapporto della Chatham House



Powered by Amisnet.org