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Lo scandalo del Memogate scuote i vertici del Paese dei puri.

Joseph Zarlingo

Mercoledi' 21 Dicembre 2011
Il primo impegno ad attendere ieri il presidente pakistano Asif Ali Zardari è stato un colloquio con il primo ministro Yousuf Reza Gilani, arrivato apposta a Karachi. Zardari è tornato in gran fretta in patria dopo due settimane di ricovero in un ospedale di Dubai per accertamenti cardiaci. Il ricovero avrebbe dovuto essere più lungo, ma già tre giorni fa la famiglia aveva annunciato il suo rientro, dopo che si erano diffuse voci di possibili dimissioni per motivi di salute. L’arrivo a Karachi è avvenuto domenica notte e dopo appena un giorno di riposo, Zardari è di nuovo al lavoro, pressato dagli eventi.
L’incontro con Gilani è stato tanto una visita di cortesia, per le condizioni di salute del presidente, quanto un summit politico, per discutere della tenuta del governo del Partito Popolare del Pakistan (Ppp) e innanzi tutto di quello che la stampa locale ha battezzato Memogate, una rogna per entrambi. È lo scandalo legato a un memorandum riservato risalente allo scorso mese di maggio che ipotizzava la possibilità di un colpo di stato dell’esercito pakistano, stanco delle difficoltà delle operazioni contro i guerriglieri nelle Aree Tribali, irritato per la continua instabilità politica e soprattutto umiliato per il blitz di Abbottabad, quello in cui, il primo maggio, un reparto dei Navy Seals statunitensi uccise Osama bin Laden sotto il naso dell’intelligence pakistana, l’Isi.
Il memorandum sarebbe stato scritto dall’ambasciatore statunitense a Islamabad, ma ciò che ha scatenato il putiferio è che il 10 ottobre scorso un famoso uomo d’affari pakistano Mansoor Ijaz ha scritto sul Financial Times che un alto diplomatico pakistano avrebbe chiesto che questo memo fosse consegnato al Pentagono, in cambio della promessa statunitense di intervenire per disinnescare il presunto golpe. L’alto diplomatico è stato identificato in Husain Haqqani, ambasciatore a Washington, molto vicino al presidente Zardari. Haqqani ha negato ogni coinvolgimento e anche l’esistenza del memo ma si è ugualmente dimesso per evitare di alimentare la tensione. Il suo gesto non è bastato ai militari che, attraverso il capo di stato maggiore Ashfaq Kayani, hanno chiesto un’indagine. Del caso si occupa direttamente la Corte suprema del paese, che ha ripreso le udienze lunedì e ha chiesto a tutte le più alte cariche dello stato, Kayani e Zardari compresi, di presentare, per iscritto e sotto giuramento, le proprie dichiarazioni sul caso. Ijaz e Haqqani hanno già consegnato le loro.
Dopo il raid di Abbottabad e l’attacco Nato del 26 novembre scorso, un “errore” costato la vita a 24 soldati pakistani, il memorandum fantasma rischia di far precipitare a un nuovo record negativo le relazioni tra Washington e Islamabad, anche se ancora non è noto come nella capitale statunitense sia stato recepito il contenuto del documento – se lo è stato. Di certo, però, c’è che l’intera vicenda mostra le profonde divisioni ai vertici dello stato e la perdurante, insolubile diffidenza reciproca tra civili e militari, alimentata da accuse incrociate di slealtà, corruzione, doppio gioco. In questa rissa, mentre il paese deve fronteggiare emergenze come la recrudescenza degli attacchi contro gli sciiti nel Belucistan, oltre alla guerriglia filo-talebana nel nord ovest, c’è un altro colpo di scena. Da Londra, infatti, l’ex capo di stato Pervez Musharraf (nella foto) – che ha governato il paese dal golpe del 1999 fino alle dimissioni nell’agosto del 2008 – ha annunciato il proprio ritorno sulla scena. L’ex generale, rimpianto da molti militari, ha sempre detto che avrebbe partecipato alle prossime elezioni, nella primavera del 2012. Ieri, dal suo entourage, è arrivata la notizia che il ritorno potrebbe avvenire già il mese prossimo, per «fermare la campagna di diffamazione contro l’Isi e le forze armate».


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