Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


UNA DISPERATA VITALITA'.IL PASOLINI DI FABIO MORGAN 2/2/12

SE L'AUTORE DETTA LEGGE 8/12/11

DOLLIRIO, UNA STORIA QUASI VERA 13/11/11

VALLE OCCUPATO: UNA CASA CHE NARRA SE STESSA (MA NON E'IL GRANDE FRATELLO) 30/10/11

L'AGRIMENSORE TRA I CARTONI 14/10/11

CLAUDIO MORGANTI ALLA PORTA DELL'INFERNO 22/07/11

UNA DISCESA NEL MAELSTROM IL TEATRO AURATICO DI MASSIMILIANO CIVICA 4/7/11

L'ARTE E L'ACCATTONAGGIO. GLI ESERCIZI DI ANDREA COSENTINO 9/2/11

L'OLTRANZA DELLE IMMAGINI IL PROMETEO DI ALBERTO DI STASIO 2/2/11

LE VOCI DI FUORI DI DARIO AGGIOLI 7/05/10

ALESSANDRA CRISTIANI, IL CORPO E IL SEGNO 13/04/10

LA METAFORA VIOLENTA DEL TEATRO DI NASCOSTO 2/3/10

RAVENHILL 1/ LAGGIU' QUALCUNO NON CI AMA 20/02/10

RAVENHILL 2/ LA GUERRA E' PACE, OVVERO COME SI COSTRUISCE UNA NAZIONE NELL'ERA DELL'IMPERO DEL BENE 20/02/10

MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

SE L'AUTORE DETTA LEGGE 8/12/11

Lo spettacolo di Romeo Castellucci "Sul concetto di Volto nel figlio di Dio" viene contestato dagli integralisti cattolici a Parigi. Una critica italiana scrive una recensione sul settimanale Gli Altri in cui non solo difende lo spettacolo dalle aggressioni fondamentaliste ma ne esalta la profonda spiritualità. Ma il fondatore della Sociétas Raffaello Sanzio non gradisce e indirizza una lettera al giornale di Pietro Sansonetti in cui si dice gravemente offeso dal contenuto dell'articolo e minaccia di ricorrere alle vie legali: il suo Volto di Cristo, scrive, versava inchiostro nero e non finte feci come si legge nella recensione. E in questo modo, con il codice accanto, detta la lettura corretta dello spettacolo. Katia Ippaso, che è anche nostra collaboratrice, risponde con una lettera pubblicata sul settimanale Gli Altri che volentieri qui ripubblichiamo. (a. scar.)

Katia Ippaso

Giovedi' 8 Dicembre 2011
Gentile Romeo Castellucci,

Forse si stupirà che Piero Sansonetti, a cui lei ha indirizzato la lettera qui pubblicata, abbia chiesto a me di rispondere. Lei si rivolge a Sansonetti, come dire all’autorità, al preside, al capoufficio, al giudice, al Padre, senza premurarsi di indirizzare almeno una copia della lettera all’autrice (sarà un caso, di sicuro, che è una donna) dell’articolo in questione. Lei si imbatte (sembrerebbe per la prima volta) in una mia recensione, si ritiene gravemente offeso per il suo contenuto, e decide di scrivere al direttore di questo giornale minacciando, in caso di mancata smentita, di ricorrere a vie legali. Il direttore in questione non ha però in particolare simpatia le gerarchie e, ritenendomi capace di intendere e di volere, mi chiede di scrivere. Partirei dalla minaccia finale del ricorso a vie legali. Non ci invitava forse lei stesso, attraverso il suo folgorante Bruxelles, a riflettere sul fatto che la violenza fosse tutta interna alla legge? Fino a questo momento avevo conservato quelle parole e quelle immagini gli insegnamenti più rigorosi della mia carriera di critico teatrale. Ma non è escluso che io abbia capito male. Come devo aver capito male anche questa volta. Lei ci chiede di fare una smentita che tecnicamente non ho nessuna difficoltà a fare. Se lei mi dice che il volto di Cristo versava inchiostro, io scrivo: il volto di Cristo versava inchiostro. Presumo che l’inchiostro o la vernice o qualsiasi altra materia da lei così abilmente usata debbano però alludere a qualcos’altro. Ma se anche dovessero alludere solo a se stessi, dobbiamo come cronisti e critici limitarci a fare i copisti di un verbo che può dichiarare solo il mezzo? Quanto all’intervista a cui lei fa riferimento, non era stata realizzata per questo giornale e non raccoglie nessuna dichiarazione in merito allo spettacolo di cui stiamo parlando. Fra l’altro non avrei mai ritenuto sensato assicurarmi sulla “veridicità” di una percezione avuta nel settembre del 2010, in occasione della prima nazionale de Sul concetto di volto nel figlio di Dio. Se ci stiamo ritrovando qui a discutere di un’opera teatrale che il pubblico italiano ha visto più di un anno fa, è a causa del fatto che “questo spettacolo poco tempo fa è stato oggetto in Francia di virulente contestazioni dei fondamentalisti cattolici lefevriani di Civitas” (la cito testualmente). Avevo quindi ritenuto opportuno prendere fermamente le distanze dai violenti attacchi dei fanatici francesi, dicendo a modo mio (e mi scuso se il mio modo forse è molto poco sofisticato, molto poco oscuro) che lo spettacolo in questione era, a mio parere, altamente spirituale e religioso. Lei contesta la prima frase dell’articolo in cui si dichiara che “il volto di Cristo emette non lacrime, non sangue, ma feci (finte naturalmente)”. Ora, cosa sono delle finte feci? Non potrebbero essere fatte di inchiostro? Si che potrebbero. E non allude forse il verbo “emettere” proprio alla “macchinicità” del dispositivo scenico? Ma la questione è un’altra: l’univocità dello sguardo, un certo monoteismo della visione. Lei pretende di appellarsi alla legge del demiurgo custode di una verità (che però è indicibile) per sostenere che quelle non sono feci false, ma inchiostro. Si dà il caso che la sera della rima romana spettatori e critici presenti abbiano ampiamente condiviso questa mia impressione. Se nella prima parte dello spettacolo vediamo un figlio accudire un vecchio padre che non riesce a contenersi e macchia con il marrone dei suoi escrementi (artificiali) il bianco del letto e della casa (e come se questo non fosse chiaro, si ricorre alle vie olfattive con bombolette che restituiscono l’odore delle feci), è forse lecito pensare che il volto di Cristo della seconda parte dello spettacolo sia religiosamente, cristianamente, impregnato degli umori del corpo del vecchio padre, o di qualsiasi altro essere umano in stato di estrema vulnerabilità. Non posso sentirmi minacciata nella mia capacità di giudizio dalla violenza di certi pazzi che si sono accaniti contro di lei e i suoi attori leggendo nell’immagine di un volto sacro figurativamente stravolto da umori corporali (immagine falsa, abbiamo capito), una bestemmia, un’eresia. Io non posso mettermi nella testa di un fondamentalista, perché non sono fondamentalista in nessun atto della mia vita. Credo ancora fortemente nella libertà della visione e dell’interpretazione. E qui arrivo al secondo insegnamento che lei mi ha trasmesso: “Dal momento in cui il sipario si apre, lo spettacolo non mi appartiene più, non è più un problema mio. Qualsiasi immagine dello spettatore per me è legittima”. Come spettatrice e come critica, ho portato a casa la mia immagine del suo spettacolo. Lei è libero di dire che non è quello che lei voleva dire. Ma io sono libera di vedere ciò che vedo (e non ciò che lei mi detta di vedere). Soprattutto se il fine è quello di combattere ogni pericoloso comportamento integralista che si fonda anche sulla certezza che esista un’unica verità scritta (e in quanto tale non rivelabile ai più ingenui, a coloro che il sapere non lo detengono). Detto questo, quando arriva una minaccia, di qualsiasi tipo essa sia, non è ingenuo pensare che si stia facendo viva l’ombra di una vecchia unica legge: la Legge del Padre.






Powered by Amisnet.org