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L'AGRIMENSORE TRA I CARTONI 14/10/11

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LE VOCI DI FUORI DI DARIO AGGIOLI 7/05/10

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MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

DOLLIRIO, UNA STORIA QUASI VERA 13/11/11

Il guppo Jarba di Catania porta la sua ultima creazione alla Casa delle cultura di Roma, un'invenzione di Nino Romeo che, partendo da una fotografia, ripercorre la parabola delle donne di mafia, grazie al corpo a corpo con il personaggio di Graziana Maniscalco

Antonella Melilli Rossi

Domenica 13 Novembre 2011
La storia è del tutto inventata ma ricca di riverberi che rimandano alla persistente attualità di fatti cruenti purtroppo mai sconfitti. E nella mente di Nino Romeo, autore oltre che regista di questo Dollirio, messo in scena dal Gruppo Jarba di Catania, prende lo spunto dall’immagine, vista tanti anni fa in televisione, di una ragazza a cui erano stati uccisi i genitori. Un’immagine compressa di dolore incapace di trovare la liberazione del pianto. Un po’ come la protagonista di questo spettacolo che, davanti ai corpi massacrati di chi le ha dato la vita, oppone il silenzio più ostile alle domande degli spregiati sbirri e
lucidamente sceglie di affidare alla conclamata autorità di un boss di quartiere il proprio desiderio di vendetta. Nella certezza di una infallibilità di giudizio e di una garanzia di giustizia che mai metterebbe in discussione, quand’anche fosse stato egli stesso il mandante dell’assassinio. E che in questa supplica della donna, supportata dall’ostentazione drammatica di una veste imbrattata di sangue, si fa squarcio segreto e profondo di una mentalità di connivenza, impastata di timore reverenziale e di devozione incrollabile, che all’insindacabilità del
potere mafioso demanda la soluzione di aspirazioni ed affanni. Ma anche incipit di umiltà e di determinazione insieme per un percorso quasi trentennale che vedrà la giovane trasformarsi da premurosissima serva a collaboratrice sempre più indispensabile, a congiunta di efferato cinismo e infine a perno insostituibile di imprenditorialità criminosa. Un percorso spietato che in qualche modo si avvita sulla spirale della memoria lungo i passi di una intelligenza sfaccettata di energia inesauribile e di sempre più sicura ambizione, capace di cogliere l’evoluzione dei tempi e di intrecciare connessioni politiche e finanziarie di ampiezza internazionale. Mentre il linguaggio si addentra nel contesto della famiglia e nei riflessi perfino barbarici di una personalità che si libera da ogni tradizionale subalternità femminile, anche l’organizzazione mafiosa si dispiega nel respiro ampio di una evoluzione capace di valicare i confini dello stato. Disegnando la mappa aggiornata e lucidissima di un potere che estende i suoi tentacoli su un terreno manageriale di assoluta e agghiacciante modernità. Grazie soprattutto all’interpretazione di Graziana Maniscalco, alle prese con un linguaggio impervio che mescola lingua italiana e dialetto siciliano e con la complessità di un impegno in cui si cala con qualche durezza iniziale, poi con sempre maggiore aderenza e veridicità. Restituendo nella cura di gestualità e intonazioni di viscerale autenticità una sorta di continuo corpo a corpo della protagonista, che dall’impatto di una morte violenta inizia la sua scalata a compiti e responsabilità sempre più vasti. Lottando coi mezzi più subdoli e feroci contro un’arretratezza culturale che vorrebbe impastoiarla. E senza rinunciare peraltro a una finale ricerca di senso che la scava di angoscia e di sconfitta, nella tragica consapevolezza di aver vissuto per una causa fondata sul nulla. Lo stesso autore ne accompagna i passi sulla scena funzionalmente scabra di Umberto Naso, con la presenza muta di un boss prostrato dalla perdita di una figlioletta e poi sempre più imbolsito nel corso degli anni, che la vecchiaia destina a una fine ributtante di relitto inerme di fronte alla schiacciante volitività della donna.



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