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VALLE OCCUPATO: UNA CASA CHE NARRA SE STESSA (MA NON E'IL GRANDE FRATELLO) 30/10/11

All'inizio nessuno poteva prevedere quello che sarebbe successo, ma dopo cinque mesi di occupazione lo storico teatro romano è diventato uno degli esempi più riusciti di una primavera italiana che si è rivelata indecisa, uno dei pochi luoghi della cultura italiana che viene veramente abitato come bene pubblico. Un'auto-narrazione che attende di diventare spazio per narrare e rappresentare la realtà di un paese disorientato

Katia Ippaso

Domenica 30 Ottobre 2011



All’inizio, nessuno poteva prevedere quello che sarebbe successo. La mattina del 14 giugno alle ore 9.00 settantuno lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, occupano il Teatro Valle. E’ una giornata di sole. Un veloce giro di email e telefonate e alle ore 14 in punto molti di noi si ritrovano seduti in platea: un’agitazione bella e indistinta transita negli spazi tra le poltrone. Davanti al palcoscenico sfilano ragazze avvolte nel nero di vestiti teatrali, con fiori rossi tra i capelli. Senza microfono, annunciano una rivoluzione pacifica. A caldo, la battezziamo “la rivolta delle fanciulle in fiore”. Gli uomini in quel momento sono ancora in ombra, intimiditi dal passo guerriero e proustiano delle loro amiche. Il giorno prima avevamo vinto i referendum. C’era un clima di sospesa allegria nell’aria. L’immaginario da basso impero stava lentamente scivolando verso un nuovo punto di luce (non sapevamo ancora quanto sarebbe stato difficile liberarsi dell’osceno). “The Italian Spring” la definì “The Guardian”. In quel finale di primavera che stava entrando nell’estate, un piccolo esercito di performer - alcuni in atto, altri ancora in potenza (“Un performer è un guerriero col cuore da giovinetta”: la definizione è di Jerzy Grotowski), contribuiva a tenere accesa la fiamma della ribellione. Lo faceva col corpo. Settanta giovani corpi disseminati negli antri antichi, chiaroscurali del Valle. La fotografia era impressionante. Gli occupanti all’inizio avevano in mente un happening di tre giorni. Volevano fare rumore e chiedere aiuto. Il loro primo pensiero era: il Valle non si tocca, è il teatro di questa città, non premetteremo mai ci facciano un club privato da 400 euro a biglietto (una delle ipotesi neanche troppo fantascientifiche legate ai nomi di Baricco e al suo sponsor Farinetti). Ma le cose vanno diversamente: l’occupazione va avanti, un successo. Il ghigno iniziale di tanti che avevano scambiato la cosa per un’effervescenza giovanile, un atto carnascialesco, svanisce per trasformarsi nel classico meccanismo di invidia sociale. Si entra così nell’estate (con la punta microstorica del 15 agosto: la città in festa a via del Teatro Valle), e poi nell’autunno. Nel frattempo, a Venezia, si occupa anche il Teatro Marinoni, e le scene dell’assemblea veneziana arrivano in streaming la sera in cui a Roma Paolo Rossi gioca con i suoi giovani estemporanei allievi. Dalla platea, Rossi chiede ad un bambino: “Cos’è questa cosa magica? Chi c’è dall’altra parte del video? Chi è questa gente che lancia proclami?”. La Stanza del Marinoni entra dentro la Casa chiusa/aperta del Valle. Perché il circuito non si interrompe mai: chi guarda e chi è guardato? Di notte, il Valle addormentato è uno spettacolo che l’altra Italia, quella che non vede il Grande Fratello, vorrebbe tanto spiare. Qualcuno ci riesce anche, infilandosi di nascosto (anche se il sistema sicurezza è fenomenale). Sono decine le lettere di chi chiede: posso venire a Roma e dormire in un palchetto o in un camerino? Il Valle è una Casa molto più bella di quella del Grande Fratello. L’hanno costruita nel Settecento. Pirandello ci debuttò con “I sei personaggi in cerca d’autore”. E’ un luogo abitato da fantasmi, da tutti i personaggi che ci sono nati e qualche volta morti, vive sottotraccia una vita fatta dei fruscii dei tessuti indossati dagli attori, delle pagine di copioni mandati a memoria, di spettacolari sistemi di quinte il cui funzionamento Mauro Persichini (giovane macchinista del Valle, diventato occupante a tutti gli effetti) ha raccontato pubblicamente, quest’estate. Ai suoi corsi dicono ci fosse anche un ingegnere aerospaziale. Le maglie si allargano, a vista d’occhio. Via del Teatro Valle è diventata una strada così affollata che si è sempre a rischio di un incidente. L’altra sera è arrivata un’ambulanza, ma per chi? Non era chiaro. Forse nessuna ragazza era svenuta, forse se la stava sognando qualcuno. L’ambulanza in mezzo alla strada, con le sirene spente, la gente intorno, gli infermieri tranquilli. Chi aspettavano? Installazione dentro la performance, teatro in streaming, spettacolo a getto continuo: la vita dentro il teatro Valle riscalda il sangue, fa incontrare l’impensabile sul selciato di una strada del centro storico. Tutto vero. Nascono nuovi amori, vecchi matrimoni sono messi a dura prova. A furia di stare sempre insieme, 24 ore su 24, si diventa un po’ folli. C’è chi confessa: siamo diventati un po’ autistici, per forza... Ma ormai è una droga, un impegno, un dovere. Una responsabilità che impone di guardare avanti, con elegante ferocia: “Come è triste la prudenza!”, lo slogan del 14 giugno è ancora sospeso tra la platea e il lampadario, a mezz’aria, là dove tutto è possibile. L’utopia vive nei corpi degli occupanti, nella loro elettrica e convulsa ostinazione a cambiare il mondo. Il 15 ottobre eravamo partiti tutti con il carro del Teatro Valle Occupato. Il sole aveva acceso i corpi più del solito, spingendoli a ballare il testo di una contro-narrazione che antepone la bellezza al mercato, i draghi ribelli ai Draghi consenzienti e ipocriti. Poi in poche ore lo scenario è cambiato, a San Giovanni uomini e donne camminavano come trapassati, in silenzio, inciampando in a cartelli stradali divelti, bidoni infiammati, e l’unico atroce suono degli elicotteri ad avvolgere le nostre premature emicranie. Ma i ragazzi del Teatro Valle non si sono arresi. Hanno aspettato ore, seguendo traiettorie insensate imposte dalla sicurezza. Alla fine sono arrivati a San Giovanni in tarda serata e hanno festeggiato la rivolta pacifica, il potere liberatorio del teatro. Poi sono tornati a dormire nei loro palchi, con un senso di dannata euforia, la rabbia che cresce perché ha già il ricordo di quattro mesi sulla pelle e di un giorno di fuoco negli occhi. “Ma lo capite che cosa stiamo facendo qui dentro? La nostra rivoluzione si estenderà in tutta Italia. Non solo il Valle a Roma e il Marinoni a Venezia, poi ci saranno tante altre città, tanti altri posti occupati. Qui stiamo mettendo a punto una nuova pratica politica. Sarà un virus”: una volta Fulvio, un dei leader del movimento del Valle (nel frattempo gli uomini hanno preso coraggio e stanno uscendo fuori), aveva urlato contro degli scrittori di cui non si fidava, per sondarne la tenacia, e la passione. L’utopia trova combustibile nella pratica quotidiana dei giorni e delle notti. Sanno di essere guardati, e questo è un bene (perché rafforza il senso di responsabilità) e un male (in molti è cambiata la prossemica, il tono della voce, il modo di parlare agli altri, in qualche caso sempre più imperativo).
Curioso che nessuno sia ancora al lavoro per fare un film o un romanzo o un racconto teatrale sull’esperienza al Valle occupato. O meglio, sono tutti al lavoro, simultaneamente. L’opera la stiamo scrivendo tutti, perché vive della disamina affascinante e tumultuosa dei suoi processi. Ogni sera ci guardiamo allo specchio e ci chiediamo dove è il limite tra forza e debolezza e quanto forti bisogna essere per farla veramente, questa benedetta rivoluzione. “Per delicatezza ho perso la vita” scriveva Arthur Rimbaud. Se si vogliono cambiare le cose, non bisogna essere timidi. Ma coscienti della propria fragilità, quello sì. Presentando lo statuto della fondazione Valle alla stampa, Ugo Mattei e gli occupanti del Valle hanno raccontato come sarà bello abitare un luogo concepito come bene pubblico, in cui la capacità di decidere non è data dal danaro (ogni socio conta un voto, al di là della cifra che investe) ma dalle idee, comprese quelli del fornaio e dell’imbianchino. Ci hanno raccontato come i “comunardi” (i soci) non vogliono agire da soli, che in una logica di partecipazione e democrazia diretta tutti potranno consigliare delle modifiche allo statuto (che è pubblicato sul sito), che il modello assembleare diventa fondativo: il cittadino guarda l’occupante che gli restituisce la sua stessa immagine in una forma più nobile, meno affaticata da anni di simulazione mediatica e di asservimento alle logiche proprietarie. Gli spettatori del Grande Fratello televisivo, alla fine, che altro possono fare se non sognare di stare loro stessi nella casa a balbettare qualcosa sul nulla che rosicchia ogni giorno un pezzetto di vita? Qui, invece, si sogna di abitare la Casa del teatro per trovare tutti insieme il modo di trasformare il mondo. Fatale, irresistibile sogno. Ma poi, alla fine, fra tanto tempo, che succederà al Teatro Valle - sempre ammesso che qualcuno di più potente non divorerà a larghi bocconi il teatro con tutti i suoi sognatori che sognano di essere sognati-? Nel più dorato scenario, diventerà “un luogo dedicato alle drammaturgie italiane e contemporanee per riaprire un processo di narrazione e rappresentazione della realtà”. Questo è il punto più oscuro, rissoso, della faccenda. Un punto che si scioglierà forse solo al momento di scioglimento della Casa, quando le ragazze e i ragazzi che la abitano andranno - con una pietra nel cuore - a dormire di nuovo nelle loro case. Fino a quel momento, la realtà e la rappresentazione della realtà coincideranno con quanto avviene dentro il teatro Valle. La narrazione, almeno per ora, non può che essere auto-narrazione.




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