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La Nato annuncia a fine ottobre il termine della missione nel Mediterraneo e Obama conferma che entro il 2011 lascerà l’Iraq. Ma il domani, a Tripoli e a Bagdad, resta pieno di incognite.

Gianna Pontecorboli

Lunedi' 24 Ottobre 2011
Giovedi mattina, le immagini di Gheddafi sanguinante hanno lasciato l’America e il Palazzo di Vetro dell’Onu sollevati, e insieme inorriditi e perplessi . E venerdì, la Nato ha annunciato in via preliminare che la missione in Libia terminerà alla fine di ottobre.
Poche ore dopo, da Washington, il presidente Obama ha annunciato il ritiro completo delle truppe americane da Bagdad.
I due eventi, forse solo casualmente contemporanei, hanno messo la parola fine a due dei conflitti più sanguinosi e più controversi degli ultimi anni, ma hanno anche lasciato molte domande senza risposta e lasciato molti esperti a interrogarsi sul futuro.

In un guardingo linguaggio burocratico, il primo a lasciar trapelare molti timori è stato Ban-Ki-moon. «In questo momento - ha detto il segretario generale dell’Onu - chiedo al popolo libico di unirsi, per realizzare le promesse del futuro attraverso l’unità nazionale e la riconciliazione. Questo è il momento della riconciliazione e della ricostruzione, non delle vendette».

Nei riguardi della Libia, l’Onu ha certamente alcuni rimproveri da farsi. Come membro promotore e finanziatore dell’Unione africana e come influente paese arabo, infatti il regime di Gheddafi ha trovato negli anni scorsi al Palazzo di vetro molti appoggi, tanto da aggiudicarsi la presidenza dell’Assemblea Generale nel 2009 e la guida dell’organizzazione della controversa conferenza di Durban sul razzismo lo
stesso anno. Solo ieri mattina, una coalizione composta da 45 diversi gruppi di difesa dei diritti umani guidata da UN Watch ha chiesto all’organizzazione internazionale di scusarsi per l’elezione della Libia al Consiglio dei diritti umani lo scorso anno.
Adesso, i problemi dell’Onu sono cambiati. Il rappresentante speciale per la Libia, Ian Martin, ha ammesso che ci sono stati «significativi abusi» da parte delle forze anti-Gheddafi, che hanno portato all’uccisione brutale di molti sostenitori del regime e all’imprigionamento da parte dell’NTC degli immigranti illegali sospetti di servire come mercenari.

Dopo la morte del Rais, l’Onu si prepara a un ruolo di supporto e di sostegno per preparare la transizione. il compito tuttavia non si presenta semplice, e i sospetti sul passato potrebbero renderlo ancora più difficile. Per i responsabili dei crimini di guerra, ha promesso il rappresentante di Ban Ki-moon, non ci saranno sconti o amnistie, ma la possibilità di scontri e violenze resta dietro l’angolo. «Le
armi chimiche e nucleari sembrano essere al sicuro» ha ammesso Martin,«ma abbiamo delle serie preoccupazioni sulle armi mancanti».

Per Washington, ovviamente , la questione è diversa. La linea prudente di Obama ha sicuramente pagato e nel giro di pochi mesi sono usciti di scena due dei più decisi avversari dell’America, Osama e Gheddafi, ed è arrivata al termine una guerra costosa umanamente e finanziariamente. Il difficile, per un presidente che sta cercando di assicurarsi la rielezione, arriva ora.

«Una cosa è eliminare un regime, ma installare un’entità funzionante al suo posto è un’altra», mette in guardia il presidente del Council On Foreign Relations, Richard Haass,«la storia suggerisce che molto probabilmente quelli che si sono uniti per opporsi a Gheddafi si troveranno presto l’uno contro l’altro per organizzare e governare il paese che hanno ereditato». I repubblicani, che si sono subito schierati
contro il ritiro dall’Iraq e hanno sollevato lo spettro di un’alleanza Iraq-Iran, aspettano solo un passo falso nella gestione della transizione in Libia.






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