Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


UNA DISPERATA VITALITA'.IL PASOLINI DI FABIO MORGAN 2/2/12

SE L'AUTORE DETTA LEGGE 8/12/11

DOLLIRIO, UNA STORIA QUASI VERA 13/11/11

VALLE OCCUPATO: UNA CASA CHE NARRA SE STESSA (MA NON E'IL GRANDE FRATELLO) 30/10/11

L'AGRIMENSORE TRA I CARTONI 14/10/11

CLAUDIO MORGANTI ALLA PORTA DELL'INFERNO 22/07/11

UNA DISCESA NEL MAELSTROM IL TEATRO AURATICO DI MASSIMILIANO CIVICA 4/7/11

L'ARTE E L'ACCATTONAGGIO. GLI ESERCIZI DI ANDREA COSENTINO 9/2/11

L'OLTRANZA DELLE IMMAGINI IL PROMETEO DI ALBERTO DI STASIO 2/2/11

LE VOCI DI FUORI DI DARIO AGGIOLI 7/05/10

ALESSANDRA CRISTIANI, IL CORPO E IL SEGNO 13/04/10

LA METAFORA VIOLENTA DEL TEATRO DI NASCOSTO 2/3/10

RAVENHILL 1/ LAGGIU' QUALCUNO NON CI AMA 20/02/10

RAVENHILL 2/ LA GUERRA E' PACE, OVVERO COME SI COSTRUISCE UNA NAZIONE NELL'ERA DELL'IMPERO DEL BENE 20/02/10

MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

L'AGRIMENSORE TRA I CARTONI 14/10/11

Il Castello di Kafka di Giorgio Barberio Corsetti ha aperto la stagione del Teatro India di Roma: un viaggio nello spazio segnato dalla stessa precarietà che è ormai la condizione delle nostre vite (nell'immagine, il protagonista dello spettacolo, Ivan Franek)

Antonella Melilli Rossi

Venerdi' 14 Ottobre 2011
E’ un lungo viaggio quello affrontato dal Signor K. Per raggiungere il villaggio del Castello dove è stato chiamato a lavorare in qualità di agrimensore. Molto più breve
quello del pubblico che in uno scricchiolio di ghiaia si avvia sulle sue tracce attraverso lo spazio esterno del Teatro India di Roma per incontrare con lui la diffidenza ostile degli abitanti e perfino la difficoltà di accaparrarsi un posto, che in qualche modo rimanda a quelle dello stesso protagonista. Come per una sorta di simulazione di precarietà esistenziale che, dichiaratamente assunta a
programmatico trait d’union fra gli spettatori e le vicende a cui sono chiamati ad assistere, è forse anche alla base della stessa scelta scenografica, ideata insieme dal regista e da Massimo Troncanelli. Dove tutto è realizzato nel segno di una frugalità traballante di cartoni che costringono gli interpreti a complicati equilibrismi di letti, tavoli e panche di pericolante fragilità. E al tempo stesso con le loro sfumature chiare avvolgono e smussano in una sensazione di costante leggerezza le tribolate vicissitudini narrate in questo allestimento del Castello di Kafka realizzato da Giorgio Barberio Corsetti. Con la formula, a lui cara, di un teatro itinerante che, se da una parte tiene desta l’attenzione del pubblico, costringendolo a continui spostamenti, dall’altra inclina non di rado a cesure di imbarazzante frammentarietà. Ma bisogna dire che in questo caso, il rischio viene contenuto in una sostanziale compattezza di ritmo che s’incunea e riemerge con calibrata coerenza nella variegata possibilità di spazi chiusi e aperti offerta dalla particolare conformazione del teatro, trasformati di volta in volta in ambienti di piaceri oppressivi e morbosi o in sistemazioni accampate di fortunoso squallore. E tuttavia è certamente un Kafka assai strano quello che viene restituito dallo spettacolo, come edulcorato nella tensione delle sue atmosfere d’incubo persecutorio e sfuggente. Un Kafka che inclina al grottesco e suscita il riso, dove l’agrimensore, affidato all’accento straniero di Ivan Franek, è un forestiero perfino ingenuo nella sua fiduciosa determinazione ad affrontare le incongruenze e gli ostacoli che gli impediscono di assolvere al suo lavoro. Mentre, di fronte a lui che sempre più inutilmente cerca di liberarsi dalle panie di un potere schiacciante e senza volto, ostinatamente cercando un dialogo chiarificatore con l’imprendibile autorità da cui tutto dipende, gli abitanti del villaggio appaiono abbarbicati alla loro condizione di vita nel segno di un’acquiescenza perfino complice, pronta a difendere lo stato di fatto e a combattere con strisciante diffidenza chi voglia metterlo in discussione. E la sensazione che emana dall’intero allestimento è quella di un Kafka di diluita elementarità, come spogliato da ogni drammatica esasperazione, semplificato e perciò stesso reso più vicino alla comprensione di più corrive e diffuse realtà. Dove gli stessi numerosi personaggi che ruotano attorno al protagonista, dagli occhiuti aiutanti alla fidanzata che finirà per abbandonarlo, appaiono fissati in linearità paradigmatica di sentimenti e comportamenti che esclude ogni volontà di approfondimento e di spessore. A conferma di una chiave interpretativa che suona, certo, del tutto inusuale e inaspettata ma che, una volta accettata, non impedisce di apprezzare la complessiva scorrevolezza dell’insieme, non priva di momenti di suggestiva plasticità.



Powered by Amisnet.org