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Scontri settari tra copti e musulmani, o dietro la violenza di questa notte c'è altro?

Paola Caridi

Lunedi' 10 Ottobre 2011
La vignetta – come sempre efficace – di Carlos Latuff descrive alla perfezione quello che i ‘ragazzi di Tahrir’ pensano di quanto è successo stanotte al Cairo. Al centro del Cairo, nella stessa zona in cui – tra gennaio e febbraio, e poi anche nei mesi successivi – si è dispiegato il braccio di ferro tra il regime e il popolo egiziano. Quelli che vengono chiamati “scontri settari” (anche sulla nostra stampa, ovviamente) sarebbero fecondati dal Consiglio Militare Supremo, che nella vignetta sono i due militari che hanno sul berretto proprio la sigla che definisce il consiglio che sta guidando la transizione del paese. SCAF. Sarebbero le alte gerarchie militari a giocare con il rapporto (sempre delicato) tra musulmani e copti. Così come il regime di Hosni Mubarak aveva giocato per decenni con la fede e le fedi, usando i copti come una delle basi di consenso a cui prometteva non solo protezione, ma anche partecipazione limitata al potere. ‘Ala al Aswani ha scritto, su questo, articoli illuminanti, chiari, che è possibile leggere ora sul suo La Rivoluzione Egiziana, da poco pubblicata da Feltrinelli.

Stanotte una soglia è stata superata, con i tanti morti degli scontri che si sono avuti tra Maspero, sotto la sede della tv di Stato, proprio sulla corniche, e piazza Tahrir. Una pericolosa soglia che usa ancora una volta i salafiti, l’islamismo letteralista e radicale, perché l’autorità costituita – in questo caso le istituzioni che gestiscono la sicurezza, come l’esercito e la vecchia Sicurezza di Stato a cui è stato cambiato il nome, ma che non è stata epurata – possa spingere sul tasto della “stabilità” e della “sicurezza” del paese. Era già successo, per esempio ad Alessandria d’Egitto, all’inizio del 2011, quando venne compiuto un attentato contro una chiesa copta. Si scoprì poche settimane dopo, a rivoluzione avvenuta, che quell’attentato era stato ispirato dall’allora potentissimo ministro degli interni di Mubarak, Habib el Adly, ora in carcere a Tora e alla sbarra per l’uccisione di circa un migliaio di persone a Piazza Tahrir e in tutto l’Egitto, durante la Thawra.

Dietrologia? Complottismo? Le testimonianze dei giornalisti egiziani, dei blogger (cercate per esempio @alaa su twitter, è stato in giro tutta la notte, ha fotografato i cadaveri nelle morgue, ha partecipato alla manifestazione musulmani e cristiani insieme), dei ragazzi di Tahrir, di chi c’era, confermano che al Cairo, stanotte, è successo qualcosa di analogo. A leggere i tweet – come ho fatto questa notte – si disegna un quadro chiaro e fosco a un tempo. Un quadro preoccupante, che non si può definire semplicemente come l’emergere di una divisione settaria in Egitto. E’ tutto, come sempre, molto più complesso, e arabist – in questa analisi a caldo, con quella dose di passione che non guasta – centra come sempre tutti i nodi. Tra le tante testimonianze che ho letto, però, quella di Hani Bushra mi è sembrata non solo la più efficace, ma allo stesso tempo la più preoccupante. La testimonianza di un egiziano copto, circondato da qualche decina di scalmanati, poi salvato dall’esercito, che però veniva istigato da gente della Sicurezza centrale (il nuovo nome della vecchia, famigerata Amn el Dawla) spiega questo uso del mob, della massa di manovra, da parte di chi vuole poi assicurare stabilità e ordine.

Leggi il seguito sul blog di Paola Caridi, invisiblearabs



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