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Dalle barricate ai blog. Dalla Pravda a Prada. Dall’euforia democratica alla disillusione. Dai Soviet, a Eltsin, a Putin – e, forse, ritorno. Tutto in una generazione: 20 anni dopo il golpe sventato alla Casa Bianca di Mosca contro i dinosauri del comunismo – l’ultima grande rivoluzione del '900 – i russi si scoprono più ricchi (alcuni), più globalizzati, più fieri e sicuri di sé. Ma anche più cinici e meno liberi. (foto: Mosca 1991, Albert & Verzone)

Lucia Sgueglia

Lunedi' 10 Ottobre 2011
Dalle barricate ai blog. Dalla Pravda a Prada. Dall’euforia democratica alla disillusione. Dai Soviet, a Eltsin, a Putin – e, forse, ritorno. Tutto in una generazione: 20 anni dopo il golpe sventato alla Casa Bianca di Mosca contro i dinosauri del comunismo – l’ultima grande rivoluzione del 900 – i russi si scoprono più ricchi (alcuni), più globalizzati, più fieri e sicuri di sé. Ma anche più cinici e meno liberi.

Con quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così, negli occhi stralunati l’entusiasmo della libertà, addosso quei tailleur grigi che fanno tanto Ddr ’70 e gli impermeabili da spia, ma anche voglia d’America: quando l'Urss muore, i russi ci entrano anche così, nella "modernità" capitalista – con quel "complesso dello stile" che è un complesso dell'Occidente. Seguono 10 anni di voracità: musica rock, rave party tossici, economia di mercato sfrenata, l'ingenuità di bambini per la prima volta al supermercato. Cravatte sgargianti, trucco fluo, giacche sorbetto con le spalline da Mazinga o quella rossa di Versace: vero status symbol dell’epoca, col tricolore dell’indipendenza. “Zhizn udalas”, La vita è un successo, scrive con palline di caviale nero su un letto di caviale rosso nel 1996 Andrei Logvin, in un poster divenuto il manifesto dell’edonismo di quegli anni. Che però pochi si potevano permettere. Per Mikhail, 42, grafico, gli anni 90 russi sono soprattutto l’età della politica e della libertà di espressione, nei media prima di tutto: “Quel 19 agosto ero con centinaia di migliaia in piazza a difendere la libertà, suonavamo la chitarra seduti sui carri armati scambiandoci sigarette coi militari. Ci sentivamo capaci di tutto. Mano nella mano, c’era un senso di comunanza enorme”. La batosta arriva presto. La “terapia shock” di Eltsin porta inflazione, far west legale, corruzione: una manciata di furbi (gli “oligarchi”) alle stelle in una notte, tra lussi ed eccessi (catene d'oro, auto costose, colonne di marmo), gli altri – la maggioranza - nella polvere. Guerra in Cecenia. L'anno zero nel ricordo dei russi però è il '98: in una notte il rublo rovina, i risparmi di una vita svaniscono. “Fu molto peggio del 91: il panico di massa”, continua Mikhail. In meno di 10 anni i sogni sgorgati dalla perestrojka sono uccisi: “Democrazia” diviene una parola deteriore.

Basta poco a un oscuro signore del kgb venuto da Dresda per riempire il vuoto. L'era Putin si apre con lo sguardo egoista dei “nuovi russi”, non più i gangster senza scrupoli dallo slang rozzo (il nuovo eroe dei serial tv è il poliziotto “buono”), ma macchine da soldi con la valigetta in mano e gusti pacchiani, tra yacht-astronave e Lexus placcate d’oro. Ma gli anni 2000 col boom dei petrodollari vedono anche emergere una nuova classe media, mai esistita prima. Che accetta il patto del conformismo putiniano: “salsicce in cambio di democrazia”. Salari aumentati, stabilità, e ciascuno per sé. Fanno la coda non più in macelleria, ma ai saldi nei nuovi centri commerciali, finalmente a prezzi accessibili. “Da giovane nell’Urss non avevo mai pensato ai soldi. Ora ci penso continuamente” dice Olga Abramova, 55, insegnante d’arte all’università di Mosca “è vero, ora possiamo viaggiare e abbiamo libertà di scelta, ma è un lusso per pochi. La politica? Non vado a votare da 10 anni”. È la generazione di mezzo, con un piede nell’Urss e l’altro nel “post”. Sotto di loro resta l’enorme massa dei poveri, dalla provincia profonda agli anziani con una pensione da fame. Orfani nostalgici dell’Impero. Avanti, una nuova generazione di giovani col mito dell’Europa (i trentenni) o della “grande Russia” (i ventenni, rintronati dalla propaganda ufficiale dell’orgoglio patrio). Simboli? “Oleodotti e mercato immobiliare”, risponde sicuro Igor, 35, avvocato: “Nuove proprietà private, cottage in campagna, i mostruosi nuovi edifici che deturpano le grandi città”.

E oggi? 20 anni dopo il crollo dell'Urss l'homo sovieticus si è globalizzato, anche nell'estetica. Con la crisi mondiale la protervia del soldo facile è passata a chi gira in Hummer, gli oligarchi non sono spariti ma si sono “integrati” nel sistema, i nuovi ricchi scelgono l’understatement. I russi han maggiore fiducia in sé, senza complessi. A Mosca (che non è la Russia), i teen ager hipster ed emo guardano Mtv, vestono da Top Shop e Zara come i coetanei occidentali. Status symbol: l’I Phone, lo esibisce anche il presidente Medvedev (prima ancora che fosse legale nel paese). Ma non conoscono la democrazia. Se non quella di Internet. Persa la speranza nella politica ufficiale, censurate le tv, è la rete il nuovo spazio di discussione pubblica: sempre più politicizzata e vivace, culla del dissenso. I russi oggi trascorrono su internet più tempo di chiunque al mondo, e sono i più attivi utenti di social network. Live Journal, prima piattaforma blog, ha milioni di utenti, più dei giornali.
Fuori, con un movimento contrario, la democrazia arretra: l’annuncio del terzo mandato presidenziale per Vladimir Putin, allergico alle riforme, ha reso tutti più cinici. “Credevamo che i soldi col tempo avrebbero portato anche la democrazia. Ma avremmo potuto fare di più” commenta amara Natalia, 55, casalinga ed ex “rivoluzionaria”. L’autoritarismo di Putin, dicono gli esperti, mostra una seria continuità col regime sovietico: per lui, la fine dell’Urss è “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”. E in mancanza di ideali e prospettive chiare per il futuro, la nostalgia per un confuso "passato" contagia molti. A Mosca non c’è stata nessuna celebrazione ufficiale dell’anniversario del 1991. Forse perché la memoria di quegli eventi non è condivisa dai russi: secondo un recente sondaggio, solo il 10% considera lo stop al putsch reazionario una vittoria per la democrazia. Il 20% sogna un ritorno all’Urss. Il 53 dà più valore all’“ordine” che ai diritti umani. Anya, 26, giornalista, riassume: “Abbiamo aspettato a lungo il nostro regalo di Natale. Per poi scoprire che stava nascosto nel cassetto”.


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Guarda il Video girato da L. Sgueglia sul "nuovo stile russo"



IL PROGETTO FOTOGRAFICO: DUE VENTENNI NEL CROLLO DELL’IMPERO
Hanno poco più di 20 anni Alessandro Albert e Paolo Verzone, amici d'infanzia, quando decidono di partire da Torino per Mosca. Una settimana dopo il golpe contro Gorbaciov: “eravamo due ragazzini, non capivamo nulla, chi immaginava che sarebbero stati gli ultimi 3 mesi di Urss?”, ricorda Verzone. Invece di immortalare i tumulti di piazza poggiano un banco ottico nel mezzo delle strade principali, dal centro alla periferia, e fotografano volti di russi d’ogni età ed estrazione. Tornano 10 anni dopo, e ancora nel 2011: “Nel 2001 la differenza tra ricchi e poveri si era approfondita. Nel 2011 Mosca non è più bianca, ma invasa dagli immigrati. Sono i nuovi poveri, affluiti in massa dai paesi ex sovietici per lavorare in Russia”. Vittime di xenofobia e tensioni etniche montanti. “Una Russia più benestante, ma più diffidente e violenta. Soggetta a un controllo estremo. Con giovani però molto svegli e in gamba”.

Vai al link del Progetto Mosca di Albert &Verzone




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