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Le parole chiave del vertice: fare rete e aiutare i cyber-attivisti dei paesi che non si sono ancora affacciati alla democrazia. Ma anche essere i cani da guardia dei processi di transizione dopo le rivoluzioni. Come in Tunisia, dove le prime elezioni libere sono alle porte.

Tiziana Guerrisi

Mercoledi' 5 Ottobre 2011
Oltre duecento cyber-attivisti hanno partecipato a Tunisi alla terza edizione del Summit dei blogger arabi, il primo nell’era delle “primavere” che hanno abbattuto alcuni regimi nordafricani. Un’agenda fino all’anno scorso insperata e tante idee (e molto chiare) per il futuro della regione.

Fare rete, condividere know how, lanciare nuove campagne per far pressione sui governi ed elaborare nuove strategie per affrontare le sfide di quei paesi che non si sono ancora affacciati alla democrazia. Da una parte bisognerà monitorare la trasparenza dei processi di transizione in Tunisia e Egitto, dall’altra “discutere dei movimenti in corso in Siria, nel Bahrein, nello Yemen”, sottolinea il blogger tunisino Malek Khadrawi, tra gli organizzatori del summit. Il tutto senza abbassare la guardia su repressione e censura. “Durante le rivoluzioni arabe, i militanti hanno imparato gli uni dagli altri – si legge sul blog collettivo tunisino Nawaat – E i governi hanno fatto lo stesso, imparando uno dall’altro nuovi metodi di repressione e intimidazione”. Per questo è necessario “creare un legame tra i blogger di tutti i paesi arabi, incontrarci personalmente, tessere più relazioni e fare rete”. Da subito. Non a caso sull’homepage del sito del forum campeggia in bella vita la “dura condanna” per la decisione dell’ambasciata tunisina a Ramallah di “negare a 11 tra blogger e giornalisti palestinesi il permesso di ingresso nel Paese per il summit”.

Segno che il desiderio di smorzare le voci fuori dal coro non conosce tregua, nonostante sia passato quasi un anno dalla rivoluzione dei Gelsomini e il voto popolare in Tunisia sia ormai alle porte. Luci e ombre, del resto, stanno accompagnando il Paese capofila delle rivolte nella sua corsa concitata verso le elezioni dell’Assemblea costituente del prossimo 23 ottobre.

Proprio in giornata, il presidente ad interim tunisino, Foued Mabazaa, ha confermato di voler lasciare la carica dopo il voto, ricordando che “stiamo facendo di tutto perché (le consultazioni, ndr) si svolgano nel miglior modo possibile”. Elezioni che in più di un’occasione sono state motivo di forti tensioni nel Paese. Soprattutto per la data del voto, rimandata più volte. L’ultima, in ordine di tempo, all’inizio dell’estate quando l’Alta istanza, l’organo incaricato di vigilare sulla trasparenza della transizione, aveva chiesto di posticipare il voto per avere il tempo necessario a compilare i nuovi registri elettorali. Alla fine, dopo le proteste di associazioni e movimenti civili, il governo aveva raggiunto un accordo con i rappresentati della società civile per la fine ottobre.

Quella iniziata il primo ottobre, si preannuncia come una campagna elettorale complessa. E dall’esito per niente scontato, con quasi 11mila candidati e 787 partiti. Molte le donne, di cui 292 in testa alle liste. A monitorare lo svolgimento del voto ci saranno decine di osservatori internazionali, 80 dei quali sotto l’egida Osce e guidati dal parlamentare italiano Riccardo Migliori.

Dalla comunità internazionale, intanto, arrivano messaggi di sostegno al processo democratico con l’annuncio del presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick, di un prestito da 250 milioni di euro che va ad aggiungersi ai fondi promessi alla Tunisia la settimana scorsa dall’Unione europea. Circa 157 milioni di euro, che Bruxelles destinerà al rilancio dell’economia del Paese alle prese con la recessione dopo la caduta di Ben Alì.

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