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Obama, all'Onu, dice che lo Stato di Palestina deve essere il frutto di negoziati tra israeliani e palestinesi. Ma dall'Onu tutto era partito, oltre sessant'anni fa

Paola Caridi

Giovedi' 22 Settembre 2011


Lo Stato palestinese lo si deve raggiungere solo attraverso negoziati diretti tra i protagonisti. Israeliani e palestinesi. Non attraverso l’Onu. Non ora, non qui. E senza usare la comunità internazionale come lo strumento per risolvere le beghe che israeliani e palestinesi dovrebbero risolvere tra di loro. Barack Obama è stato tanto netto, alle Nazioni Unite ieri, da dichiarare la sua impotenza nel risolvere la questione israelo-palestinese. Lo scontro se lo devono risolvere tra di loro. L’America, in sostanza, se ne lava le mani. Come Ponzio Pilato, tanto per rimanere in Terra Santa.

Non è vero, e lo sanno tutti. Non è vero che gli Stati Uniti se ne lavano le mani. Anzi, è proprio un’affermazione del genere a dire chiaro e netto che Obama – che aveva infiammato persino il mondo non-occidentale con quel suo soffio vitale nella responsabilità individuale, Yes, we can, dunque, Even me, I can – ha sposato una parte delle due in causa. La parte israeliana. Perdendo del tutto, se pure ne avesse conservata un pochino – l’aura di neutralità tra i due contendenti del conflitto più lungo del Medio Oriente. Il governo israeliano è contento, gli articoli sulla stampa israeliana sono tutti un peana per Obama e un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo: per aver vinto una battaglia all’Onu e fermato il tentativo palestinese di farsi conoscere quello Stato negato sinora. Verrebbe da parafrasare una delle pubblicità più riuscite in Italian negli scorsi mesi: “Ti piace vincere facile?”

Questa vittoria così facile, così a prima vista semplice è, però, reale, una vittoria di media-lunga durata? Continuo a pensare che no, non è una vittoria né a medio termine né bella. E’ una vittoria che vorrebbe perpetuare lo status quo, in cui poter ancora giocare sulle parole vacue del processo di pace. Confini, terra, sicurezza… Il diritto negato allo Stato di Palestina non avvicina la pace. Mostra solo che il “re è nudo”: che lo Stato di Palestina non lo vogliono gli israeliani, non lo vogliono gli americani e gli europei lo vorrebbero ma non possono. Il resto del mondo sì, invece, lo vuole, come dice il sostegno totale del Sudafrica, potenza più che regionale, continentale. Ma questa è l’altra parte della storia, ed è quella parte della storia che mostra quanto – al contrario di quello che ha detto ieri Obama al Palazzo di Vetro – la questione dello Stato di Palestina è questione che investe le Nazioni Unite.

Investe le Nazioni Unite non solo perché sono state le Nazioni Unite a creare, approvare e sancire lo Stato di Israele. Tutto torna al suo luogo originario, in sostanza. Così come lo Stato di Israele fu approvato dall’Onu, così lo deve essere lo Stato di Palestina. Nel corso degli scorsi sessant’anni, peraltro, l’Onu non si è lavata le mani della questione palestinese. Se ne è occupata con decine di risoluzioni, alcune delle quali sono insormontabili quando si parla – per esempio – di confini. Esiste un solo confine, limes, linea armistiziale, ed è quella precedente alla Guerra dei Sei Giorni. La linea del 1967, che è poi quella approvata nel 1949 come l’armistizio della guerra arabo-israeliana del 1948. Il mondo, insomma, non se ne può lavare le mani, sulla questione dello Stato di Palestina, perché le mani le ha avute in pasta negli scorsi oltre 60 anni. E se la situazione sul terreno è quella che è, è perché il mondo non se ne è lavato le mani, o se le è lavate usando acqua e sapone diversi, come sostiene Marwan Bishara su Al Jazeera parlando del doppio standard.

Nel frattempo, però, molto sta cambiando da questa parte del mondo. E il doppio standard mostra, veramente, una trama sempre più lisa. Non è più semplice come prima far digerire il doppio standard, da questa parte del mondo. E il discorso di Obama, ieri, ha definitivamente segnato la frattura tra questo mondo e quel presidente che aveva creato speranze (e illusioni) al momento della sua elezione. La disfatta di Obama è, da ieri, un dato di fatto: tra gli arabi, e nel Medio Oriente, Obama non è più l’Obama dello Yes, also we Arabs we can. Non è neanche più colui sul quale si addensavano le critiche, quando gli venne assegnato un Premio Nobel per la Pace preventivo. E’ il Barack Obama piegato, il presidente che deve mettere il veto per difendere il suo unico vero alleato in Medio Oriente, Israele. Per le opinioni pubbliche arabe – che non sono più solo opinioni pubbliche, sono popolo che riesce anche a fare le rivoluzioni – il discorso di ieri segna il Rubicone nella presidenza Obama. E di Obama non si ricorderanno né il discorso del Cairo del giugno 2009, né quando gettò a mare l’alleanza con Hosni Mubarak e incensò i ragazzi di Tahrir. Si ricorderanno le decisioni prese, all’Onu e fuori dell’Onu.


Il commento è tratto dal blog di Paola Caridi, invisiblearabs



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