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Un testimone racconta: «Sull’altopiano la gente ancora se la cava, soprattutto grazie alla frutta, ma nella pianura c’è fame. Quest’anno le piogge sono arrivate scarse e in ritardo».

Enzo Mangini

Giovedi' 15 Settembre 2011
«La primavera ancora non è arrivata da noi. Anzi, non se ne vedono proprio i segni». M. si siede con un sorriso amaro al tavolo di un bar della periferia romana. È un esule eritreo, in Italia da molti anni, ma con ottimi contatti nel Paese natale. Per proteggere lui e la sua famiglia, il nome è meglio evitarlo. «Quest’anno le piogge sono arrivate in ritardo, e sono state meno abbondanti del solito – racconta –. Sull’altopiano la gente ancora se la cava, soprattutto grazie alla frutta, ma nella pianura la situazione è molto difficile. C’è fame». I racconti di M. confermano l’allarme lanciato qualche giorno fa dall’ambasciatrice statunitense all’Onu, Susan Rice. Parlando della siccità e della carestia che stanno colpendo l’Africa orientale e soprattutto la Somalia, Rice ha detto che non ci sono notizie dall’Eritrea, perché il regime del presidente Isaias Afwerki – al potere dal 1991 – evita di far sapere quale sia lo stato della popolazione. Le immagini dei satelliti meteo mondiali dicono che le precipitazioni sono state scarse anche in Eritrea.

Per il paese africano, che quest’anno celebra i suoi primi venti anni di indipendenza, c’è poco da festeggiare. Asmara, la capitale, si presenta bene ai pochissimi stranieri ammessi nel Paese, da dove il governo ha espulso quasi tutte le Ong e le agenzie internazionali dell’Onu, come ritorsione per l’embargo sulla vendita di armi deciso a fine 2009. «Nelle campagne, però, si vede sempre più gente denutrita – dice M. –. I giovani sono tutti sotto le armi e non possono lavorare la terra. Questo aumenta l’effetto della siccità». Il regime di Afwerki, già leader della trentennale guerriglia eritrea contro l’Etiopia, impone il servizio militare permanente a tutti i giovani, uomini e donne. In molti cercano di scappare dal Paese, rischiando la vita sia nel lungo viaggio attraverso Sudan, Libia e Mediterraneo, sia nel passaggio del confine: se falliscono, vengono arrestati e considerati traditori.

L’Unhcr dai suoi punti di osservazione nei campi profughi in Sudan e in Etiopia, stima che almeno 1.600 persone ogni mese stiano lasciando l’Eritrea, che ha circa 5 milioni di abitanti. Almeno 60mila profughi eritrei sono rifugiati in Etiopia, mentre in Sudan ce ne sono forse 200mila, tra Khartum e i campi vicini al confine. L’esodo, dice l’Unhcr, è costante da almeno un anno. Solo la chiesa cattolica, con enormi difficoltà e molta discrezione, riesce a far arrivare qualche carico di aiuti. La siccità colpisce soprattutto le regioni degli Afar e dei Tigre, popoli di allevatori seminomadi. «Mi hanno raccontato di scene mai viste, i pastori che arrivano in città per chiedere l’elemosina», dice M. Secondo alcuni dei cablogrammi diffusi da Wikileaks mandati al Dipartimento di stato dall’ambasciata Usa di Asmara, almeno dal febbraio 2010 gli Stati Uniti parlano, in via riservata, di carestia in Eritrea. Stime ufficiose valutano che il 30 per cento degli eritrei sia denutrito.

Con la siccità del 2011 – la più grave degli ultimi 60 anni nel Corno d’Africa – le cose sono peggiorate. «Il regime usa la fame come uno strumento di controllo – dice M. – I soldati ricevono una paga che basta appena per le loro esigenze minime e non possono tornare ad aiutare le famiglie in campagna. Soprattutto, inquadrati nell’esercito e con il rischio di punizioni tremende, i giovani non trovano la forza di ribellarsi. Di quello che è successo in Egitto, di quello che sta succedendo in Libia, la stragrande maggioranza degli eritrei non sa nulla». Sono soprattutto i giovani, infatti, a scappare. L’ufficio Unhcr in Etiopia ha rilevato che il 55 per cento dei profughi eritrei ha tra i 18 e i 30 anni. «È il nostro futuro che ci sta lasciando», commenta amaro M. che conosce molti di questi esuli, in Italia e in Europa.

La fame, finora, non è bastata a far superare agli eritrei la paura di un regime che riesce a stare in piedi grazie a pochi puntelli internazionali. Uno di questi è il Qatar. Gli emiri hanno lanciato una serie di investimenti in resort turistici di lusso sulla costa eritrea, nel Mar Rosso, specialmente nel paradiso delle isole Dahlak. «I soldi sono andati al governo – dice M. – Ma i lavori li hanno fatti i giovani soldati». Una delegazione di imprenditori italiani, accompagnata dalla Farnesina, è stata in Eritrea all’inizio di luglio. Con i ministri del regime gli imprenditori italiani hanno parlato di investimenti nel settore turistico, nell’energia e nella pesca. Sui diritti umani, invece, silenzio.

Anche sul sito del quotidiano Terra



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