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ELISABETTA E I RISCHI DI UN MESTIERE 25/8/11

Ci sono giornalisti/e che vanno, vedono, scrivono. E rischiano. Senza troppa retorica

Paola Caridi

Giovedi' 25 Agosto 2011

La mia amica cara Elisabetta Rosaspina è stata rapita in Libia, ieri. Non è la prima volta che succede, a miei amici (colleghi), di essere rapiti in zone di guerra. Francesco Battistini. E nella stessa occasione, in Iraq, Toni Fontana, uomo coerente e buono, morto proprio un anno fa, troppo presto. Di primo acchito, tutti noi giornalisti (di cose estere) rispondiamo allo stesso modo: con la freddezza di chi pensa che ‘episodi’ come questi facciano parte dei rischi del mestiere, e con la razionalità di chi cerca veramente di capire cosa sia successo e cosa potrebbe succedere. Zone di crisi, conflitti, significano abbassamento repentino della soglia di sicurezza, se si vuole realmente vedere ciò che succede, e non farselo raccontare da altri. La freddezza, però, è anche un gran difesa, una bella corazza: non ci si abitua mai all’idea che il rischio possa colpire. Così. Anche Elisabetta e gli altri colleghi che ieri sono stati fermati, rapinati, rapiti, e hanno probabilmente assistito alla morte dell’autista libico che li stava accompagnando.

Elisabetta è una gran donna, una professionista di calibro, un’ottima penna, e una bella persona. E non è una donna che rischia inutilmente, una scavezzacollo. Sa fare il suo mestiere di inviata nei teatri più particolari – guerre comprese – da anni. Non è una ragazzina, nonostante il suo viso dolce nasconda anni e anni di esperienza di cronista. È una professionista che gli altri giornalisti temono, in fondo, perché sa dare – come si dice in gergo – dei sonori buchi, sempre con la sua gentilezza innata. Non è una giornalista che sgomita, è in un certo senso una signora di altri tempi, stimata profondamente da tutti.

Ho elencato tutte le doti di Elisabetta non solo per dire che i rischi colpiscono anche coloro che mettono in campo tutte le dovute cautele, quando si trovano in zone di crisi. Ma anche per dire che ci sono (ancora) giornalisti che fanno il proprio mestiere. E il proprio dovere. I rischi fanno parte di quel bagaglio col quale si prende un aereo, e poi una macchina guidata quasi sempre da un autista locale, e si va. A vedere. E a scrivere quello che si vede, a uso e consumo di un pubblico che – in questi ultimi anni – è stato abituato purtroppo anche (se non soprattutto) ad altro tipo di giornalismo. Lo dico con tutta la laicità e la freddezza – appunto – del caso. Senza troppa retorica e senza essere bruciata dal sacro mito degli inviati di guerra, che non mi tocca. Lo dico, però, per mettere ognuno al proprio posto. Compresi i giornalisti che, per fortuna vostra, continuano a fare il proprio dovere.

Stamattina, mentre pensavo di scrivere queste righe su Elisabetta, ho sfogliato ‘virtualmente’ Haaretz, e ho letto l’ultimo articolo di Amira Hass. Un’altra giornalista, donna (ma questo non è dirimente) di quelle che vanno e vedono. Pone dubbi sul fatto che palestinesi siano gli autori degli attentati nel Negev nel 18 agosto. Gli stessi dubbi che ho posto a una persona che, ieri, ne parlava dando per assodati modalità e autori di un attentato ancora dai contorni oscuri. Gli ho detto che non si era sicuri, e che dare per scontato che fossero palestinesi, e per giunta di Gaza, era una delle ipotesi. Non una certezza. Amira Hass si pone lo stesso dubbio con una frase che ho trovato perfetta, per capire chi conosce la realtà perché l’ha visto, e chi no.

The absence of mourners' tents reinforces the general sense in the Strip that the perpetrators of the attack were not from Gaza, contrary to Israeli defense establishment claims.

L’assenza di tende per ricordare i defunti rafforza la credenza generale nella Striscia che gli autori dell’attacco non provenissero da Gaza… Può sembrare un dettaglio, ma non lo è, per chi conosce la Striscia. Il lutto, il ricordo dei defunti anche in absentia, il dolore condiviso dei familiari è elemento ineludibile, nella vita palestinese, soprattutto in quella di Gaza. È successo a tutti quelli che sono stati a Gaza di vederlo, quel lutto e quel dolore condiviso, e magari di lasciare quel ricordo lì, nei recessi della mente. Amira Hass, invece, lo trasforma in uno dei pezzi della sua competenza su Gaza, giustamente, e si chiede: ma siamo proprio sicuri che gli autori siano palestinesi? La domanda consequenziale è: se non erano palestinesi, o se non si era sicuri che lo fossero, perché Israele ha subito scatenato la rappresaglia su Gaza?

Amira Hass ed Elisabetta Rosaspina hanno in comune molto. Vanno, vedono, scrivono. Soprattutto, si pongono laicamente domande. Rischiano. Mai inutilmente, mai per scariche di adrenalina, mai per amore del rischio di per sé.

Questo commento è stato pubblicato sul blog di Paola Caridi, invisiblearabs



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