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CLAUDIO MORGANTI ALLA PORTA DELL'INFERNO 22/07/11

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MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

CLAUDIO MORGANTI ALLA PORTA DELL'INFERNO 22/07/11

Dopo aver debuttato nelle giornate dantesche di Foligno, essere passata per Castiglioncello, la Lectura Dantis dell'attore-regista ligure è approdata ieri notte al Castello di Lari per il festival Collinaerea diretto da Loris Seghizzi (quest'anno coadiuvato da Massimo Paganelli e Marco Menini). Una caduta visionaria nel verso destinata a lasciare tracce profonde nel nostro modo di leggere (e di sentire) la Commedia

Attilio Scarpellini

Venerdi' 22 Luglio 2011
Si può essere insieme notevoli e frugali, entrare nella luce e nello spazio con una semplicità che lascia disarmati e apprestarsi a scomparire in una lettura sonorizzata che lentamente tatuerà l’aria della sala di immagini dantesche? Con la sua lunga camicia, Claudio Morganti ha qualcosa del musicista d’avanguardia, il distacco di chi vive in un altro luogo che non è esattamente questa terra, ma anche un’aria da sufi o da trovatore: nell’Auditorium della Chiesa di San Domenico a Foligno, dove si celebra la prima edizione a stampa della Commedia, si prepara a leggere Dante sistemando il suo spartito sul leggio, indossando le cuffie, e guardandosi furtivamente attorno, come se si rivolgesse a un’orchestra invisibile: noi siamo qui ma è dubbio che lui ci veda, è solo come Philippe Petit, l’acrobata, in cima al suo cavo teso tra due grattacieli, tra due mondi. E’ solo davanti alla porta dell’Inferno. E fin dal primo rantolo che fa smottare la soglia, agitando la profondità della terra, ci fa capire che l’inferno rotola come una macchina di tortura vivente, che ogni incontro è una visione, e ogni visione una caduta (“caduta dentro i canti III, V, XIII, XVII, XXXIII dell’Inferno”, è il sottotitolo della lettura) nello stupore di parlare con le ombre che tornano in un’eco distorta e solo lentamente si placano, si precisano nell’immagine del verso. Morganti tiene il metro come la barra in una tempesta, ma senza eliminare il rumore di fondo che lo assedia, l’oscuro respiro del luogo che spalanca le fauci in quel “Per me si va nella città dolente” che di colpo perde ogni reminiscenza scolastica. Siamo dentro, spintonati dalla voce, con la porta che si chiude alle spalle, sopraffatti dalla potenza di un’intonazione che fin dall’inizio non cede alla cantilena rassicurante dell’endecasillabo, a questo metro troppo naturale del nostro dire più familiare. Morganti usa il suono come scultura che non rallenta la musica – e neanche la spezza per esacerbare la dissonanza, rapire la phoné – ma la rende misteriosamente tridimensionale. Non segue il testo, lo scopre, lo concretizza, giocando il riapparire di ogni immagine in uno stato virginale (cioè attuale) della lingua, là dove la realtà emotiva delle “dolenti note” giunge un attimo primo della loro risonanza, della loro banalizzazione metaforica (e così facendo, riammette la parola dantesca in un ascolto che è quello della fenomenologia poetica di una lingua "comune" nel senso più proprio del termine). La sua Lectura Dantis, insomma, non è il pretesto di un concerto attoriale: è una messinscena a tutti gli effetti dove l’alterità del testo non scompare nell’interpretazione ma si amplia in tutti i suoi sensi (“melopea, fanopea, logopea”, come diceva Pound) fino a chiudersi con una pioggia di immagini che investe lo spettatore. Una natura drammatica che diviene esplicita quando, nel canto di Paolo e Francesca, la scheggia luminosa della voce di Rita Frongia fa trasalire fino a una purezza inaudita l’epifania dei “ due che insieme vanno/ e paion sì al vento esser leggieri”. Là dove altri si sarebbero impegnati unicamente a far “sentire” Dante, Claudio Morganti lo fa sentire e lo fa vedere, con un nitore del dettato che risorge ogni volta intatto (e ancora più intatto vien voglia di dire) dalla vibrazione dolente della voce. Proprio come il rilievo dell’immagine drammatica riesce a non disperdere la rima, ma la recupera all’interno del racconto – come un lieve rintocco di campana portato dal vento.

Visto all'auditorium della Chiesa di San Domenico a Foligno il 13 aprile scorso



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