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Juba, la capitale di quello che domani sarà il più nuovo stato del mondo, si prepara da giorni alle celebrazioni per l'indipendenza del Sud Sudan. Il neonato della cartina geografica dell'Africa riuscirà a evitare di diventare un "failed state"?

Irene Panozzo

Venerdi' 8 Luglio 2011
Juba - Dai bordi delle strada si alza una nuvola di polvere e sabbia. In mezzo, una mezza dozzina di donne e uomini piegati in due, in mano una ramazza di sterpi, a pulire i bordi della striscia di asfalto. Accanto a loro, sfrecciano disordinatamente fuoristrada, minibus zeppi di gente e boda-boda, i mototaxi sgangherati, tenuti al minimo per risparmiare il carburante che da settimane scarseggia in città. Mentre dalle radio accese nei negozi o nelle case continua a passare il nuovo inno nazionale sudsudanese, sull'arteria che dall'aeroporto conduce al quartiere istituzionale nelle aiuole al centro della strada si stanno ancora piantando alberi e lampioni. Un'attività frenetica, perché tutto dev'essere pronto per l'appuntamento con la storia di sabato, quando Juba diventerà la capitale del più giovane stato africano: la Repubblica del Sud Sudan.
199° stato del mondo, 55° in Africa, il Sud Sudan nascerà ufficialmente nel sesto anniversario dell'inizio del periodo transitorio previsto dal trattato di pace tra Nord e Sud che il 9 gennaio 2005 ha posto fine a ventidue anni di guerra civile. Sei anni di governo di unità nazionale a Khartoum tra il Partito del congresso nazionale (Ncp), guidato del presidente Omar al-Bashir, e gli ex ribelli del Movimento per la liberazione popolare del Sudan (Splm). Ma anche sei anni di governo regionale autonomo nel Sud, guidato dallo Splm, e di una transizione lenta, a tratti accidentata, ma che ha tenuto e ha portato la regione meridionale a scegliere la via della secessione in un referendum svoltosi sei mesi fa.
Se il voto si era svolto in un clima di festa e di orgoglioso ordine, al di là di ogni aspettativa, le celebrazioni per l'indipendenza arrivano dopo mesi difficili, che hanno reso evidenti a tutti molte delle sfide che il nuovo stato dovrà affrontare per evitare di “fallire” subito dopo la sua nascita. L'atmosfera in città è un insieme di gioia, speranza e preoccupazione. La soddisfazione di essere riusciti ad arrivare a questo punto, obiettivo più o meno dichiarato della lotta sia politica che militare di generazioni di sudsudanesi, non cancella completamente le ansie per il futuro. Che in questo momento sembrano riguardare soprattutto l'immediato: il 9 luglio, è chiara volontà del governo e del sindaco di Juba, Mohammed al-Haj Baballa, non ci devono essere sbavature né rischi di sorta. “La città ormai è pronta”, dice a il manifesto Baballa. Che è stato il primo fautore della campagna Tieni pulita Juba, che per la prima volta ha portato sulle strade della città bidoni per le immondizie, finanziati dal Programma per l'ambiente delle Nazioni Unite (Unep) e dalla Cooperazione italiana.
Nelle intenzioni delle autorità, sabato nulla deve ostacolare la visita delle trenta e più delegazioni straniere attese per festeggiare la proclamazione d'indipendenza insieme a Salva Kiir Mayardit, il presidente del Sud Sudan e, fino a quella mattina, primo vicepresidente del Sudan ancora unito. Ma i rischi maggiori per il futuro di questa nuova nazione africana non vengono certo dal traffico della sua capitale. Vengono invece dalle molte faglie interne ed esterne che si sono (ri)aperte da febbraio in poi. La prima linea di frattura è politica: il processo di revisione costituzionale voluto da Salva Kiir ha scontentato molti, nei partiti di opposizione, nella società civile e nello stesso Splm. E questo perché, ad esempio, la bozza costituzionale non indica la data delle prossime elezioni, dà al presidente ampi poteri, tra cui quello di licenziare i governatori degli stati e sciogliere le assemblee legislative statali, entrambi eletti dal popolo, e mantiene la pena di morte. Le divisioni interne al partito e allo stesso governo sono emerse pubblicamente un mese fa, quando Kiir ha accusato il suo vice, Riek Machar, di guidare una sorta di governo-ombra all'interno dell'esecutivo di Juba, con l'intenzione di far approvare una serie di modifiche alla bozza costituzionale.
Ma non c'è solo il livello puramente politico. Da metà febbraio in poi, all'indomani dell'annuncio dei risultati finali del referendum, una serie alti ufficiali dello Spla, l'esercito sudsudanese, hanno preso le armi contro il governo di Juba. In alcuni casi, come quello di George Athor nello stato di Jonglei, si tratta di ribellioni nate all'indomani delle elezioni generali dell'aprile 2010. In altri casi, invece, la frattura rispolvera vecchie e profonde ruggini. È il caso di Peter Gadet, durante la guerra civile a capo di una delle milizie sudsudanesi che, sostenute da Khartoum, hanno combattuto contro lo Spla. Qualche mese fa, dopo anni all'interno dell'esercito meridionale, Gadet ha di nuovo preso le armi contro Juba, portando il conflitto nello stato di Unity. Che come l'Alto Nilo, altro stato colpito dall'insicurezza degli ultimi mesi, è uno stato cruciale, per le ricchezze petrolifere del suo sottosuolo e perché confina con il Nord.
E il rapporto con Khartoum è l'altra incognita che pesa sul futuro del Sud Sudan. Perché la divisione del paese più grande dell'Africa riapre una serie di questioni che nel 2005 il trattato di pace aveva risolto. Da mesi Ncp e Splm stanno negoziando su quelli che sono conosciuti come post-referendum arrangements – come gestire il petrolio meridionale, in questi sei anni diviso fifty-fifty tra Nord e Sud; come dividere l'ingente debito estero del paese; quale tipo di confine creare tra i due paesi e, per alcuni tratti, dove tracciarlo –, ma nessun compromesso definitivo è stato finora raggiunto. Irrisolta è anche la questione dell'area di Abyei, piccola regione ufficialmente parte del Nord, ma abitata da una popolazione sudsudanese, i dinka ngok. Il trattato di pace aveva previsto per Abyei un referendum parallelo a quello del Sud Sudan, con cui l'area doveva scegliere se rimanere al Nord o passare al Sud. Ma il referendum non si è tenuto, in questi mesi la tensione è salita e il 21 maggio l'esercito settentrionale ha occupato l'area. Che produce petrolio, ma non tanto da giustificare lo stallo che perdura da anni. Più problematica è la gestione della transumanza dei missiriyya, popolazione araba che scende e attraversa Abyei nella stagione secca. Pascoli, acqua, petrolio, confini: i nodi irrisolti ad Abyei e lungo tutta la frontiera Nord-Sud tengono alta la tensione tra i due nuovi paesi. Con il rischio che alla fine la parola passi alle armi.

L'articolo è oggi anche su il manifesto



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