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Con l'indipendenza del Sud Sudan, non nasce solo un nuovo stato: anche quel che resta della Repubblica del Sudan dovrà affrontare una serie di sfide, dall'ambito economico a quello politico, dalla questione identitaria ai potenziali conflitti. Mentre in Kordofan meridionale da un mese parlano le bombe

Irene Panozzo

Venerdi' 8 Luglio 2011



Juba - Le celebrazioni per l'indipendenza del Sud Sudan non daranno vita solo a un nuovo stato. Domenica mattina, la repubblica del Sudan si sveglierà con circa un terzo di territorio in meno, con un governo da ristrutturare per la fine del power-sharing voluto dal trattato di pace, con un vertiginoso calo delle entrate petrolifere, che negli ultimi dieci anni hanno alimentato per più del 50% il budget nazionale e una crescita economica senza precedenti. Anche al Nord, quindi, le sfide non mancheranno. A iniziare dalla sfera economica, già da mesi in preda a una crisi che ha alimentato rivolte di piccole dimensioni, subito messe a tacere dal governo.
C'è poi l'aspetto amministrativo: non è ancora chiaro se dal 10 luglio i sudsudanesi rimasti al Nord perderanno nazionalità e lavoro. Se sì, ci saranno probabilmente buonuscite e pensioni da pagare. L'incertezza ha spinto molti sudsudanesi a tornare a Sud. Diverse centinaia di migliaia sono tornati nei mesi a ridosso del referendum, altri sono ancora per la strada, bloccati nelle periferie di Khartoum o nei punti nodali lungo la via. Come il piccolo porto sul Nilo Bianco della città di Kosti, dove da mesi sono bloccate circa 15-18mila persone, intere famiglie con tutte le loro cose, ma senza un tetto sulla testa, senza servizi e senza acqua.
La grande domanda che aleggia da settimane è però un'altra: un Sudan senza Sud che stato sarà? La tentazione di molti, all'interno del Partito del congresso nazionale (Ncp) del presidente Bashir, è quella di rilanciare con maggior verve il binomio “arabo-islamico” che ha percorso tutta la storia del Sudan contemporaneo. Alimentando le ribellioni nelle periferie anche del Nord che in quell'etichetta non si sono mai riconosciute.
Il rischio di un confronto armato è già realtà: non solo perché la guerra in Darfur continua, ma anche perché da quattro settimane i monti Nuba del Kordofan meridionale sono obiettivo dei bombardamenti aerei di Khartoum. Una crisi interna al Sudan settentrionale, ma direttamente legata alle dinamiche in atto tra Nord e Sud. Perché nel Kordofan meridionale, come nello stato del Nilo Azzurro, lo Splm, l'ex movimento ribelle che governa il Sud, può contare sull'appoggio di parte della popolazione locale. Quella stessa popolazione – i nuba nel caso del Kordofan meridionale – che durante la guerra civile ha combattuto al fianco del Sud, entrando a far parte dell'esercito ribelle, lo Spla, ora esercito regolare del Sudan meridionale.
Nei sei anni di pace, Kordofan meridionale e Nilo Azzurro sono stati amministrati a rotazione da Splm e Ncp, mentre la sicurezza è stata affidata alle Unità integrate congiunte (Jiu) composte da soldati Spla e Saf, l'esercito settentrionale. Questo ha significato che in entrambi gli stati lo Spla ha mantenuto soldati e ufficiali attivi. Alla vigilia dell'indipendenza del Sud, la contraddizione è venuta a galla. Perché a Khartoum non fa piacere sapere che nel proprio territorio rimangono ex ribelli armati, fino a qualche settimana fa parte dell'esercito di quello che da sabato diventerà uno stato estero.
Mentre sul Kordofan meridionale continuano a cadere bombe, Ncp e Splm-Nord (con l'indipendenza del Sud, anche lo Splm si divide in due) hanno intavolato dei negoziati mediati dal Panel di alto livello dell'Unione Africana, guidato dall'ex presidente sudafricano Thabo Mbeki. Il 28 giugno un accordo-quadro è stato firmato dal presidente dello Splm-Nord e governatore del Nilo Azzurro, Malik Agar, e dal consigliere presidenziale e vicepresidente dell'Ncp, Nafie Ali Nafie. Ma parti del regime non hanno gradito. Da entrambe le parti, i toni sono tornati ad alzarsi. E una soluzione non sembra a portata di mano.

L'articolo è oggi anche su il manifesto



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