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Decine di migliaia di persone in fuga. E una tensione tra Nord e Sud Sudan che non accenna a diminuire. A solo sei settimane dall'indipendenza della regione meridionale i timori di una nuova guerra

Irene Panozzo

Venerdi' 27 Maggio 2011


Decine di migliaia di persone in fuga: almeno 40mila secondo Coordinatore umanitario per il Sud Sudan dell'Onu, Lise Grande, circa 150mila secondo quanto affermato da James Kok Ruea ministro degli affari umanitari del governo semi-autonomo del Sud Sudan. "Donne, bambini, vecchi (...), Tutti fuggono, senza alcun rifugio, per timore delle violenze", ha dichiarato il ministro, prima di raggiungere la zona di Abyei, teatro delle violenze. È questo il bilancio della nuova crisi nell'area di Abyei, regione al confine tra Nord e Sud Sudan, nervo scoperto del rapporto tra quelli che dal 9 luglio prossimo saranno due paesi separati e indipendenti.
L'escalation dell'ultima settimana è preoccupante. A sette settimane dall'indipendenza del Sud, sabato scorso gli uomini delle Sudan Armed Forces (Saf), l'esercito settentrionale, hanno attaccato Abyei e hanno assunto il controllo della città. Contemporaneamente, a Khartoum, il presidente Omar al-Bashir ha “licenziato” l'amministrazione transitoria, via decreto. Due mosse che hanno alzato di molto il livello di tensione, ma che sono arrivate in risposta a una sparatoria avvenuta il giorno prima: uomini (presumibilmente) dello Spla, l'esercito meridionale, avevano attaccato un convoglio di truppe Saf, scortato dai caschi blu della forza Onu in Sudan (Unmis), causando almeno 22 morti.
I fatti degli ultimi giorni hanno sparso abbondante sale su una ferita mai realmente cicatrizzata. Da quando, il 9 gennaio 2005, è stato firmato il trattato di pace (Cpa) tra il governo di Khartoum, guidato dal Partito del congresso nazionale (Ncp) del presidente Bashir, e gli allora ribelli del Movimento per la liberazione popolare del Sudan (Splm), la questione di Abyei è rimasta un tasto dolente. Un'area piccola, se comparata alle immensità sudanesi. Ma strategicamente importante, da più punti di vista. Per anni, da qui è partita buona parte del petrolio sudanese. In realtà la produzione di Abyei sembra aver già raggiunto il proprio picco e ha iniziato a calare. Continuerà a farlo. Quindi, per quanto importante, il petrolio non basta a spiegare la crisi.
Nel protocollo del Cpa ad essa dedicato, Abyei è definita come “l'area abitata dai nove capitanati (chiefdoms) Dinka Ngok”. Ma ad Abyei non c'è solo questa popolazione, di origine sud-sudanese e che ha combattuto con lo Splm durante la guerra civile. Durante la stagione secca, l'area diventa destinazione e punto di passaggio della transumanza dei Missiriyya, popolazione araba che dalle zone a nord di Abyei scende verso sud per accedere ai pascoli e all'acqua necessari per il sostentamento delle proprie mandrie. Secondo il Cpa, l'area di Abyei, sui cui confini in questi sei anni ci sono state continue divergenze e un ricorso alla Corte arbitrale dell'Aja, avrebbe dovuto scegliere tramite referendum se rimanere al Nord, di cui amministrativamente fa parte dal 1905, o se passare entro i confini del Sud. Un referendum parallelo a quello per l'autodeterminazione del Sudan meridionale, che a metà gennaio ha sancito la secessione della regione. Ma che è saltato, perché i governi di Khartoum e di Juba, la capitale del Sud, non sono riusciti a mettersi d'accordo su chi avesse diritto a votare: solo i Dinka Ngok, come vuole lo Splm, o anche i Missiriyya, come sostiene l'Ncp?
Per entrambi i partiti, Abyei è importante anche politicamente. Molti missiriyya appoggiano l'Ncp, mentre sono diversi i leader dello Splm che vengono dall'area contesa. Tra questi, il ministro per la cooperazione regionale di Juba (gli “esteri” degli governo autonomo sud-sudanese), Deng Alor, e il ministro per gli affari di gabinetto del governo di unità nazionale a Khartoum, Luka Biong. Che martedì ha dato le dimissioni in segno di protesta.
Dalle due capitali arrivano segnali contraddittori. Se da un lato Bashir ha detto che le Saf sono l'esercito nazionale e Abyei è parte del paese, quindi non si ritireranno dalla regione, dall'altro l'ambasciatore Dirdiri Mohammed Ahmed, alto funzionario dell'Ncp, ha ribadito che Khartoum vuole continuare il dialogo. Allo stesso modo a Juba ieri Salva Kiir Mayardit, il presidente sud-sudanese (e fino all'8 luglio primo vicepresidente dell'intero Sudan), ha assicurato che il Sud non ha intenzione di tornare alla guerra, mentre Alor annunciava che lo Splm si ritira dai dialoghi con l'Ncp sui post-referendum arrangements, ovvero i nodi ancora irrisolti in vista della separazione.
I prossimi giorni e settimane saranno quindi particolarmente importanti per capire come evolveranno le cose. Intanto la popolazione di Abyei continua a scappare. E senza riparo, senza acqua né cibo, con la stagione delle piogge già iniziata, il rischio di un'altra emergenza umanitaria è dietro l'angolo.



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