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Dietro l'attentato dei qedtalebani pachistani. Un'analisi

Nella foto il presidente Zardari

Emanuele Giordana

Sabato 14 Maggio 2011


I cadetti dell'esercito pachistano stavano tornando a casa da un corso di formazione che aveva dato loro diritto a dieci giorni di licenza. Ma i due attentatori suicidi in motoretta non li hanno mai fatti arrivare a casa. A Shabqadar, distretto di Charsadda, 30 chilometri a Nord di Peshawar nella provincia che confina con l'Afghanistan, un doppio attentato kamikaze ha ucciso oltre ottanta ragazzi in forza ai contingenti paramilitari, gran parte dei quali vengono utilizzati nelle aree tribali, santuario per talebani e quaedisti. E l'attentato più stragista mai avvenuto ai danni dell'esercito di Islamabad porta infatti la firma di Tarek-e-taleban, i qaed-talebani pachistani. E' stato rivendicato dal portavoce Ehsanullah Ehsan alla France-Presse come “la prima vendetta per il martirio di Osma”. Con la minaccia che il peggio deve ancora arrivare.
In uno dei momenti più tesi della storia interna del Pakistan e che vede le relazioni tra Washington e Islamabad al lumicino, l'attentato alle forze armate del Paese dei puri smarcherà ancora di più i falchi dalle (scarse) colombe che popolano un esercito di 600mila uomini, 500mila riservisti e 300mila paramilitari e un'intelligence (Directorate for Inter-Services Intelligence o Isi) i cui numeri non sono certi ma il cui potere, non meno di quello del Musalah Afwaj-e-Pakistan (Pakistan Armed Forces o Paf) condiziona da sempre la storia del Paese creato nel 1947 da Ali Jinnah.
Benché sia scontato uno scontro nei ranghi del settimo esercito del mondo diretto dal generale Ashfaq Pervez Kayani (già direttore dell'Isi) e nei servizi segreti diretti dal generale Ahmad Shuja Pasha, l'attentato non può che rinfocolare i forti sentimenti anti americani che attraversano i ranghi di una vera e propria classe sociale del Pakistan e che, come tutte le classi, ha i suoi conservatori, i suoi progressisti o i suoi radicali, in questo momento molto attivi non solo per sostenere che il Pakistan non ha ogni colpa di cui viene accusato ma che gli americani sono un alleato spinoso, pericoloso per l'integrità nazionale e da tenere a distanza. Proprio giovedì, il più alto forum militare del Paese (Defence Committee of the Cabinet o Dcc), nel condannare nuovamente il raid unilaterale americano e nel minacciare una revisione del rapporto di collaborazione con Washington, non aveva fatto che dar fiato a questo malessere, oggetto ieri di un'audizione in parlamento di Shuja Pasha che ha ammesso che, ebbene si, l'Isi ha fallito e non è stata in grado di opporsi al raid degli americani (che ieri sono tornati coi droni a colpire il Waziristan)..
Come puntualizzava ieri il New York Times, sulla base di indiscrezioni, i generali in realtà non vorrebbero tagliare i ponti tout court con Washington ma nemmeno continuare una cooperazione troppo stretta sul lungo periodo se non per quel tanto che basti a non interrompere il flusso di capitali (oltre venti miliardi sinora e altri quattro in arrivo per il 2012) che la guerra al terrore ha garantito e garantisce a Islamabad dalle casse americane. In altre parole sembra che Islamabad voglia continuare a garantirsi la sponda americana prendendone via via le distanze: guardando insomma anche verso altri orizzonti. Con cautela ovviamente, anche perché una visita del senatore John Kerry a Islamabad sarà il primo serio test di questo difficile equilibrio.
Gli americani sono tesi e anche consci che la reciproca sfiducia non fa che montare. Ma nonostante gli affondi regolari (il noto falco ed ex ambasciatore americano a Kabul, l'afgano americano Zalmai Khalilzad, ha appena scritto sul New York Times che la strategia di essere amici e nemici degli Stati uniti non è più accettabile) alla fine gli Usa non possono mollare una potenza atomica come Islamabad nel giro di qualche mese, anche perché, oltre alla geopolitica, rema contro la logistica se i 2/3 di quella per le truppe Nato in Afghanistan passa dal Pakistan.
Carne sul fuoco poi l'ha aggiunta il nemico numero uno, l'India, che ha siglato giovedì un pacchetto di aiuti a Kabul per 500 milioni di dollari facendo salire l'aiuto bilaterale di Delhi a due miliardi. Molto per un Paese come l'India, non poco per l'Afghanistan, troppo per il Pakistan Dunque se gli americani hanno la necessità di un appoggio pachistano ma vogliono garanzie, i pachistani, se devono muoversi con attenzione per non perdersi l'assegno, cominciano a guardarsi introno. Dove? E intanto che fare? Melina per vedere come va o mettere a segno qualche arresto eccelletene (mullah Omar, rete Haqqani) pretendendo, oltre al denaro, il via libera a una paternità quasi completa sul processo di pace afgano, condizionandolo in direzione pachistana e neutralizzando la crescente influenza indiana? Possibile, ma non senza strizzar l'occhio, nel frattempo, al ritorno sulla scena di un vecchio nemico diventato oggi assai più presentabile e in cerca di nuove damigelle da corteggiare: Mosca.
La Russia sta tornando in gioco in Asia centrale e il presidente pachistano Zardari, che già gode di ottimi e storici rapporti con Pechino, è appena stato a Mosca da Medvedev. Presto per dire se sia matrimonio o fidanzamento, Abbastanza per dire che l'invito al ballo è stato accettato.

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