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USA E PAKISTAN: VICINI SERPENTI 03 MAGGIO 2011

Giuliano Battiston

Martedi' 3 Maggio 2011

Con l’uccisione di Osama bin Laden, gli sguardi degli afghani tornano ancora una volta a rivolgersi, sospettosi, oltre confine, verso il Pakistan. Al di là delle opinioni divergenti sul ricco saudita di origini yemenite - un eroe della resistenza contro l’imperialismo muscolare dell’Occidente, un cinico politico del terrore che ha lasciato in eredità all’Afghanistan più guai che benefici - c’è un giudizio comune: la guerra al terrorismo, da dieci anni a queste parti,la si sta combattendo nel posto sbagliato. Lo sostengono i cittadini ordinari, a Herat come a Jalalabad, a Kandahar come a Mazar-e-Sharif, e lo ha ripetuto ieri a Kabul lo stesso Karzai. Che non ha perso l’occasione per ribadire uno dei suoi cavalli di battaglia: avevamo ragione, ha dichiarato, quando sostenevamo che la guerra al terrorismo non va combattuta “nelle nostre case o villaggi” e che il pericolo non si annida nelle province afghane di Logar o Kandahar (roccaforti del movimento talebano), ma nel ‘paese dei puri’. Anche i parlamentari della Wolesi Jirga (la camera bassa del parlamento) ieri hanno invitato ufficialmente le truppe occidentali a spostare l’attenzione militare in Pakistan, mentre il 1 maggio, prima ancora che si sapesse dell’uccisione di bin Laden, era stato il vice-presidente del Senato, Mohammad Alam Ezadyar, a criticare la recente istituzione di una Commissione bilaterale di pace tra Afghanistan e Pakistan, sostenendo che “la strategia del Pakistan è contro la pace e la stabilità nel nostro paese”. Il sospetto e il risentimento verso il vicino pakistano, per il quale l’Afghanistan è area di profondità strategica e pedina fondamentale nella battaglia contro l’India, è moneta corrente nel paese di Karzai. Ma questa volta il presidente afghano ha avuto gioco particolarmente facile. Osama bin Laden non si rifugiava nelle terre tribali al confine tra i due paesi, come sospettavano in molti, ma in una villa di Abbottabad, a 100 chilometri dalla capitale Islamabad e a poche centinaia di metri da una delle più blasonate accademie militari locali. Elementi sufficienti per far scattare il risentimento degli afghani, esasperati da una guerra decisa altrove ma giocata sulla loro pelle. E per alimentare i ‘si dice’ sul (reale) sostegno garantito fin qui ai movimenti terroristi dai servizi segreti pakistani, in particolare l’ISI, e sui (presunti) cambiamenti di rotta ai vertici dell’intelligence. Nel discorso in cui ha annunciato la morte di bin Laden, Barack Obama ha sottolineato che l’individuazione del compound di Abbottabad è stato frutto della “cooperazione tra il nostro controterrorismo e quello pakistano”. I funzionari pakistani hanno glissato, riflettendo l’ambiguità del loro sforzo nell’antiterrorismo: in una nota diramata ieri, hanno fatto sapere che “l’operazione è stata condotta dalle forze americane in linea con le politiche dichiarate degli Stati Uniti”, senza però perdere l’occasione di confermare “i produttivi scambi di intelligence con diverse agenzie di intelligence inclusa quella degli Stati Uniti”. Per qualcuno forse questa è veramente la volta buona: il 16 aprile l’annuncio della Commissione afghano-pakistana di pace, avallata dagli Stati Uniti; ieri l’annuncio della morte di bin Laden.

C’è chi ritiene che i servizi pakistani abbiano deciso di mollare il saudita, un ospite ormai troppo ingombrante, e di impegnarsi seriamente nel negoziato politico tra talebani e governo Karzai, in cambio di una posizione di primo piano nelle decisioni sul futuro assetto geo-politico dell’area. Per i talebani sarebbe l’occasione di smarcarsi finalmente dall’abbraccio dei gruppi jihadisti stranieri e dal network di al Qaeda, con cui hanno soltanto una collaborazione tattica e che malsopportano. Per il presidente americano, di portare a casa le truppe a stelle e strisce senza eccessivi attriti tra Pentagono e Casa Bianca, disimpegnando progressivamente gli Stati Uniti da una guerra che non si riesce a vincere realmente. Gli afghani però continuano a non fidarsi. E temono che, almeno per i prossimi mesi, l’intensità degli scontri sarà destinata a crescere, come minacciato nel Comunicato rilasciato dai turbanti neri per annunciare l’offensiva di primavera. Dal contingente italiano di stanza a Herat, intanto, fanno sapere che lo stato di allerta - bin Laden o meno - in Afghanistan rimane sempre al massimo livello.

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