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La foto è tratta da uno degli attivisti libici, Change in Libya

Paola Caridi

Lunedi' 4 Aprile 2011

Nonostante l’attivismo del presidente francese Nicolas Sarkozy, è ormai accertato che sia Londra la piazza più importante dove si sta cercando la via d’uscita per il dossier Libia. La diplomazia britannica, d’altro canto, era stata la prima ad arrivare in Cirenaica, anche se con un incidente di percorso non proprio piccolo: la cattura a inizio marzo, e poi il rilascio da parte degli insorti di Bengasi, di due membri del potente MI6 e addirittura sei uomini delle SAS, le truppe speciali dell’aviazione.

Superato l’incidente di percorso, Londra è diventata, col passare delle settimane, la destinazione di coloro che disertano dal regime libico, così come di coloro che, da Tripoli, vogliono negoziare la exit strategy del regime di Muammar Gheddafi. Tutto in pochi giorni. Prima l’arrivo di Mussa Kussa, ex ministro degli esteri, ma soprattutto il capo dei servizi di intelligence libici per decenni. L’uomo di Lockerbie e del riavvicinamento con l’Occidente. Poi, l’arrivo di Mohammed Ismail, altro personaggio dei colloqui “dietro le quinte”. Colui che, dicono i documenti usciti da Wikileaks, negozia l’acquisto di armi, ma anche il consigliere di Seif al Islam al Gheddafi, il figlio più occidentalizzato del rais. Ismail, dicono le notizie raccolte per primo dal quotidiano britannico Guardian, ha incontrato la diplomazia di Londra per capire quale potrebbe essere la exit strategy sia per Muammar Gheddafi, sia per i tre figli del rais che vorrebbero rimanere in piedi dopo l’uscita di scena del padre.

Un primo problema è che Muammar Gheddafi non se ne vuole andare dalla Libia, come invece chiede il Consiglio Nazionale Provvisorio di Bengasi. Il secondo, e ancor più difficile nodo da risolvere, è che neanche i figli vogliono andarsene. Anzi, reclamano un ruolo nella Libia senza il Colonnello. Ci riusciranno? Chissà. Seif al Islam tenta di giocare le sue carte, visto il suo passato in Gran Bretagna (per motivi di studio) e i contatti che, si dice, ha avuto sia con l’intelligence britannica sia con quella italiana. Un elemento, però, è da tenere presente. Le rivoluzioni arabe non sono state solo contro Hosni Mubarak, Zinedine Ben Ali, Muammar Gheddafi. Ma anche, e allo stesso tempo, contro l’idea che le autocrazie funzionino come una monarchia: si tramandano di padre in figlio. Le rivoluzioni sono state contro il figlio di Mubarak, Gamal; contro i generi di Ben Ali; contro il figlio dello yemenita Ali Abdallah Saleh; contro Bashar, figlio di Hafez el Assad. E contro i figli di Gheddafi. Riusciranno, Seif al Islam e i suoi fratelli, a reggere all’urto di un popolo che, come gli altri, reclama cittadinanza e democrazia?


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