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Che paese sarà il Sud Sudan che diventerà ufficialmente indipendente il 9 luglio prossimo? Molte incognite gravano sul futuro della regione una volta che questa diventerà a tutti gli effetti uno stato a sé stante

Irene Panozzo

Lunedi' 4 Aprile 2011
Il 9 luglio prossimo un nuovo stato spunterà sulla cartina dell'Africa. Quel giorno infatti il Sud Sudan formalizzerà la sua indipendenza dal paese più grande del continente, come deciso dal 98% dei sud-sudanesi nel referendum per l'autodeterminazione della regione che si è svolto tra il 9 e il 15 gennaio scorsi. Ma che paese sarà il Sud Sudan? Difficile rispondere con certezza alla domanda che tutti si pongono, a iniziare dagli stessi sud-sudanesi. L'entusiasmo dei cittadini durante la settimana di voto ha mascherato e fatto dimenticare, almeno per quei giorni, le molte incognite che gravano sul futuro della regione una volta che questa diventerà a tutti gli effetti uno stato a sé stante.
Il Sudan e i sudanesi, sia al Nord che al Sud, sanno spesso sorprendere, smentendo gli scenari più cupi di analisti e osservatori. È successo nei sei anni di pace, che, pur con molti momenti di crisi anche gravi, ha sostanzialmente tenuto. È successo soprattutto in occasione del referendum, “un miracolo” come l'ha definito lo stesso presidente della Commissione per il referendum in Sud Sudan, Mohammed Ibrahim Khalil, visto che i preparativi erano iniziati in grandissimo ritardo, solo quattro mesi prima della data stabilita per l'apertura delle urne.
Ma i motivi di preoccupazione per il futuro della regione non mancano di certo. Il Sud Sudan è grande poco più di due volte l'Italia, un territorio immenso, abitato da 8,26 milioni di persone, di cui più della metà (51%) sotto i 18 anni. La stessa percentuale di sud-sudanesi vive sotto la linea di povertà, mentre solo il 27% della popolazione adulta è alfabetizzata, una percentuale che scende al 16% se si considera solo la popolazione adulta femminile. Se si escludono i circa 60 km di strade asfaltate presenti nella capitale Juba, la regione è sostanzialmente priva di strade percorribili durante tutto l'anno. Allo stesso tempo, però, i quasi sei anni di governo autonomo seguiti al Comprehensive Peace Agreement (Cpa) firmato a Nairobi il 9 gennaio 2005 non sono stati anni sprecati: il Sud Sudan ha iniziato a darsi delle strutture amministrative, creando un governo regionale con tutti i ministeri più importanti, assemblee legislative e governi per i dieci stati che compongono la regione e amministrazioni locali a livello di province (county) e municipi (payam). Si è cercato anche di costruire scuole e dispensari, spesso grazie all'aiuto delle organizzazioni internazionali, governative e non.
Le basi su cui costruire quindi ci sono. Rispetto al 2005, la regione è già cambiata molto, ma la strada da percorrere è ancora lunghissima. E in salita. Anche perché il futuro Sud Sudan indipendente avrà bisogno di nuove istituzioni e strutture amministrative che la regione finora non ha avuto necessità di creare: dal controllo dei confini alla raccolta delle tasse e all'apertura di ambasciate all'estero. Non solo: le istituzioni nate negli ultimi cinque-sei anni sono fragili e il loro rafforzamento è stato rallentato, quando non impedito tout court, da una corruzione molto diffusa e accentuata.
Nonostante i problemi, la popolazione sembra fiduciosa. “Andrò a votare il 9 gennaio per avere una scuola per i miei figli, per avere sicurezza, per avere sviluppo”, ci aveva detto un signore incontrato a Yambio, capitale dello stato dell'Equatoria Occidentale, qualche giorno prima dell'apertura delle urne. Le stesse priorità – un tetto sopra la testa, scuole, ospedali e sicurezza – ci sono state ripetute a più riprese da tutti. Dal sud-sudanese vissuto all'estero che ora lavora per le organizzazioni internazionali. Dagli sfollati e profughi che vivono sul confine con il Congo, una vita resa più precaria dal rischio di nuovi attacchi da parte del nord-ugandese Lord's Resistance Army di Joseph Kony, che da anni ormai imperversa nelle regioni più remote del Congo settentrionale, del Sud Sudan occidentale e del Centrafrica sud-orientale. Dai returnees, coloro che dopo una vita al Nord hanno deciso di mollare tutto e tornare alle loro aree di origine, incontrati a Bor, capitale dello stato di Jonglei, e al porto di Juba.
Vite in bilico, quelle dei returnees, rientrati in un Sud che in molti casi non conoscono più, o che non hanno mai conosciuto. “Hanno lasciato la casa, le scuole per i figli, i lavori che avevano a Khartoum e Omdurman o nelle altre città del Nord”, ci aveva spiegato Ludovico Gammarelli, responsabile per il Sud Sudan dell'ong italiana Intersos. “Hanno lasciato situazioni spesso difficili e precarie per un futuro che è molto più incerto. Arrivano e non hanno nulla, hanno bisogno di tutto. Perché questa non è più casa loro, se non per un senso di appartenenza geografica e tribale”.
Ciononostante, i returnees sembrano ottimisti. Si aspettano molto, moltissimo dal futuro del Sud Sudan e dal governo indipendente. Ed è per questo che sono tornati. “Non siamo neanche tornati per votare, non abbiamo fatto in tempo a essere qui per registrarci a novembre”, ci aveva spiegato sultan Kumin, capo di un gruppo di murle bloccati a Bor in attesa di ottenere il permesso da parte dell'amministrazione di Jonglei di tornare alle loro aree di origine, vicino al confine con l'Etiopia. “Ma questa è la nostra patria, ora che ne abbiamo una rimarremo qui. Abbiamo un futuro da costruire, ci rimboccheremo le maniche e ci proveremo”.
Ma a gravare sul futuro della regione non ci sono solo le sfide della (ri)costruzione e le emergenze umanitarie come quelle che riguardano i returnees. Ci sono anche una serie di questioni politiche e militari ancora aperte, che, se non risolte, potrebbero avere conseguenze anche gravi. Il Sud Sudan, che si è dimostrato unito nel chiedere e scegliere l'indipendenza, è in realtà una regione molto divisa, su cui pesano venti e più anni di una guerra che non è stata combattuta solo contro il Nord, ma anche, spesso più cruentemente, all'interno dello stesso Sud. Consapevole di quanto le divisioni politiche e militari potrebbero pesare sul futuro del paese, ad ottobre scorso il presidente Salva Kiir ha convocato a Juba una conferenza per il “dialogo Sud-Sud”, a cui hanno partecipato molti partiti politici di opposizione, rappresentanti della società civile e leader religiosi. In ottemperanza alla road map uscita da quella conferenza, subito dopo la pubblicazione dei risultati del referendum e quindi ormai in vista dell'indipendenza, Kiir ha creato un “comitato di revisione costituzionale”, presieduto dal ministro per gli affari legali John Luk Jok, con il compito di creare, attraverso un percorso condiviso con le opposizioni e la società civile, le basi per un nuovo governo il più inclusivo possibile per il post-indipendenza. Tutto sembra indicare però che il processo sia partito con il piede sbagliato. Le nomine dei membri del comitato, gestite per lo più direttamente dallo Splm, hanno scatenato le proteste formali delle organizzazioni della società civile, perché a loro dire per nulla inclusive e rappresentative delle molte anime che compongono il panorama politico e sociale del Sud Sudan. Anche diversi partiti di opposizione si sono formalmente ritirati dal comitato, pur non chiudendo la porta al dialogo con il partito di governo.
A complicare le cose c'è stato il riacutizzarsi del confronto con il generale George Athor, ex generale dell'esercito meridionale, lo Spla, che dopo la sconfitta, a suo dire “rubata”, nella corsa al posto di governatore dello stato di Jonglei, per il quale si era candidato da indipendente, si è ammutinato con parte dei suoi uomini e ha iniziato una ribellione contro il governo e l'esercito di Juba. Il cessate-il-fuoco che era stato firmato prima del referendum ha tenuto giusto il tempo necessario a far finire il processo di voto e avere la pubblicazione ufficiale dei risultati definitivi. A metà febbraio, quindi, Athor ha ripreso le armi, attaccando a più riprese la città di Fangak e le aree limitrofe, nel Jonglei settentrionale, e poi Malakal, capitale dello stato dell'Alto Nilo. Negli scontri con lo Spla ci sarebbero stati già centinaia di morti.
L'attacco a Malakal ha fatto salire il livello di tensione anche nei rapporti tra Nord e Sud, impegnati da mesi nei negoziati per i cosiddetti post-referendum arrangements, ovvero tutti quei nodi (cittadinanza, moneta, debito estero, spartizione delle risorse petrolifere, demarcazione del confine, futuro dell'area di Abyei) o ancora irrisolti o che si riapriranno con lo scadere del Cpa, il 9 luglio prossimo. Il 12 marzo scorso, Pagan Amun, il segretario generale del Movimento per la liberazione popolare del Sudan (Splm), l'ex gruppo ribelle meridionale diventato partito di maggioranza e di governo nel Sud, ha annunciato il ritiro del suo partito dal tavolo negoziale, come protesta per il presunto appoggio di Khartoum e del National Congress Party (Ncp) del presidente Bashir alla ribellione di Athor e allo Splm-Dc, partito fondato dall'ex ministro degli esteri (ed ex-Splm) Lam Akol, l'unico candidato a sfidare Salva Kiir nelle presidenziali meridionali dell'aprile 2010. Alle parole di Amun, Akol ha risposto smentendo qualsiasi legame del suo partito con milizie locali, come hanno fatto anche diversi alti funzionari dell'Ncp per quel che riguarda le accuse rivolte a Khartoum.
In un quadro così complesso e non certo privo di grandi ostacoli, gran parte della responsabilità di far funzionare le cose ricadrà sulla leadership politica sud-sudanese. Che si spera possa dimostrare di saper veramente pensare al futuro e al bene della propria gente più che a miopi calcoli e giochi di cortile. Anche società civile e leader religiosi dovranno fare la loro parte, partecipando attivamente al governo inclusivo, se questo vedrà la luce, o facendo pressione ed esercitando un'azione di controllo e di advocacy sul governo e sulle amministrazioni locali. Perché il Sud Sudan indipendente possa davvero diventare il paese per cui la sua gente, con tanto orgoglio, si è messa in fila per ore a inizio gennaio.


L'articolo è apparso sul numero di aprile della rivista Confronti



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